Se ricordate, poco prima del Natale avevo mandato un messaggio ricordando "pensieri e volti" di bimbi. Alla fine di quel messaggio, quasi come un desiderio di auguri sinceri per il Natale, parlavo anche del piccolo Gabriel, di 6 mesi, abbandonato dalla sua mamma qui nella nostra casa.
Ieri pomeriggio, alle 5, Gabriel è volato in cielo. Era in ospedale da alcune settimane per una grave infezione che non si riusciva a controllare. Avrebbe compiuto 10 mesi l'11 aprile. Alcune ore prima eravamo andati con un amico sacerdote e con una delle nostre mamme che l'aveva curato in questi mesi per battezzarlo.
L'abbiamo battezzato con il nome di: Gabriel del Cielo.
Gabriel è stato con noi 3 mesi e mezzo.
Nonostante la sua gravissima malattia, lui è stato bene, si è sentito sempre accolto ed amato.
La sua mamma ci aveva chiamato per telefono, alcune volte, ma non è mai venuta a trovarlo.
Ora che vede sarà Gabriel a proteggere la sua debole mamma dal Cielo.
Sabato mattina faremo il funerale. Il piccolo cimiterino davanti alla nostra cappella si corona di fiori e di storie di vita e di dolore.
Dal Natale alla Pasqua: l'arco, il ponte tra terra e cielo, della vita di Gabriel qui con noi...
E noi continuiamo ad abbracciarlo con affetto, anche se con le lacrime agli occhi...
Copio il pensiero del messaggio anteriore che si riferisce a Gabriel:
... Di ritorno, è sabato mattina, passiamo in ospedale ... Ci avvicina una giovane mamma. Un’altra storia dura condivisa sulla soglia dell’ospedale e alle soglie del Natale. Il suo piccolo, Gabriel, di appena 6 mesi, è nato con una grave paralisi cerebrale. Non può deglutire e si nutre con una sonda gastrica, come il nostro Ronald. E’ un bebè spastico, con continue contorsioni del corpo. Fa una difficoltà enorme a respirare per il catarro e la saliva che non deglutisce. Povera creatura e povera mamma. Non si può fare molto per lui e in ospedale non lo possono più tenere. La mamma viene da una città lontana, il suo ragazzo l’ha abbandonata e lei non ha la forza di affrontare una realtà così dura, e non sa a chi rivolgersi. Ha solo 19 anni. E’ sola e smarrita. Chiamo a casa. Siamo tutti d’accordo, mi dicono: che vengano per un tempo da noi. E così nella macchina, di nuovo, una mamma e un bimbo, Cinthia e Gabriel. In fretta si prepara una stanzetta ben ordinata per loro. Capiamo lo smarrimento e i timori di Cinthia, ma cerchiamo di farle capire che non è sola e che lei è mamma: è l’unica cosa di cui ha bisogno il suo figlioletto. Nella nostra casa tutti i bimbi hanno storie difficili, sono stati abbandonati dai genitori, ma tutti sono accolti con amore e tenerezza. Gabriel ha una gravissima paralisi cerebrale ma il suo cuore batte e sente con forza. Infatti, il piccolo piange tanto per il dolore che sperimenta, ma si tranquillizza subito quando la mamma lo prende in braccio. Ci rendiamo conto che Cinthia guarda stupita il muoversi di tanti bimbi così diversi nella nostra casetta. Parla molto poco. E’ smarrita. Domenica pomeriggio decidiamo di fare insieme una passeggiata in città con tutti i bimbi, al mercato in piazza che si veste di Natale. E’ una simpatica e originale fila di tante seggiole a rotelle! Cinthia ci accompagna con Gabriel in braccio che dorme quieto. Un pomeriggio sereno trascorso insieme.
... Stamattina, mentre stavo facendo la spesa, arriva un messaggio sul mio cellulare: “Mi dispiace, ma non sono stata capace di resistere a questa situazione: perdonatemi”. Ci comunichiamo. Le ragazze che sono in casa corrono subito su in stanza e trovano il piccolo Gabriel solo nella culla, che piange: la mamma l’ha abbandonato e se n’è andata. Non abbiamo parole...
Non abbiamo parole e non abbiamo tempo per pensare... Il piccolo ha bisogno di essere cambiato e lavato. Il piccolo ha bisogno di essere accolto.
... Abbiamo passato questa notte insieme con Gabriel che sembrava soffocare per il catarro e aveva bisogno costante dell’aspiratore. Tenerlo in braccio, tra la comunicazione sofferta di un pensiero e l’altro, mi ha ricordato con una certa emozione che il Natale è ormai prossimo, anzi, che è già qui... L’abbraccio di questo suo corpo avvolto in calde copertine ma stremato precocemente dalla malattia, il suo volto avvicinato e stretto al mio, dolcemente, mi ha rivelato con amara sorpresa che Gabriel non vede: le sue pupille sono come spente, vuote. Ma abbracciati diciamo sí, insieme, al Natale, nel silenzio della cucina della casa de los niños, e cogliamo, insieme, l’opportunità e la necessità di farci guidare nella nostra comune cecità da una stella che brilla sopra di noi, che brilla anche per noi.
In questa notte illuminata da questo abbraccio con il dolore mi viene da dire che Natale è già passato davvero, quella volta, tanti secoli fa. Ma nell’infinito del cielo, nel ciclo dell’universo in cui siamo immersi, la stella ritorna, luminosa come un volto. Che bello accorgersene, magari abbracciati insieme.
Visualizzazione post con etichetta cielo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cielo. Mostra tutti i post
lunedì 6 aprile 2015
Settimana Santa 2015
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
mercoledì 13 novembre 2013
Lo sguardo oltre la finestra
Colgo un piccolo spiraglio tra le tende della finestra che permette intravvedere la luce del giorno che invita ormai la penombra della sera... Disteso nella stanza dei bimbi lo sguardo spazia oltre quel piccolo pezzo di cielo che mi è concesso scoprire.
Sono le sei del pomeriggio. E’ l’ora della preghiera. Una preghiera personale, necessaria ed umile, rubata spesso al ritmo intenso che richiede l’attenzione quotidiana per i bimbi insieme al pensiero e alla preoccupata speranza per il loro futuro. Non è la preghiera dei forti, dei bravi, ma di chi si rende conto che da soli non ce la facciamo, di chi sperimenta la reale e sincera necessità di essere aiutato.
Mi accompagna, come sempre a quest’ora, il piccolo Juan, Juansito del Cielo, adagiato sul mio petto, con il torso e la testa sollevati per facilitare la respirazione. In genere, è questa per lui l’occasione di dormire un po’, prima della cena. Difatti, accarezzare dolcemente il suo volto lo tranquillizza e l’invita al sonno nella momentanea quiete della stanza dei bimbi.
Un pezzetto di cielo dietro le tende e Juansito del Cielo appoggiato sul petto...
Mi colpisce, stasera, lo svolgersi di questo sereno e semplice momento.
E mi permetto comunicare questa sensazione.
Oggi è il compleanno 87 della mia mamma, Mirella, il secondo che lei passa in Cielo... Me lo illumina e suggerisce quel piccolo spiraglio che si fa luce tra le tende...
Ho pensato e immaginato spesso, ingenuamente, come avrà trascorso questi due anni...
Che mistero di gioia e di scoperta senza fine! Di incontri rinnovati e di sorprese continue! Di lode e di ringraziamento eterni.
Rivedo gli ultimi mesi trascorsi con lei, mesi belli e profondi, necessari ed umili, come la preghiera quotidiana al crepuscolo.
E’ lo stesso scorrere di preghiera, la stessa ora, le sei del pomeriggio, quando ci sedevamo con la mamma di fronte alla finestra del salotto di casa, su, al nostro paese di Toano, e recitavamo con calma il Rosario, prima del riposo notturno.
Un momento sacro, nella sua quotidiana normalità.
E’ come se si ripetesse la stessa scena: allora, con una mamma ottantenne ammalata, con l’esperienza feconda e forte di una vita consegnata intensamente nel piccolo spazio della sua famiglia, una vita donata nell’impegno silenzioso che fa grande ogni mamma.
Oggi, con un bimbo di un anno e mezzo che lotta e strappa ogni istante a una situazione difficile in cui l’ha innestato il mistero della vita, una storia di cui è protagonista inerme e che l’immobilizza e lo rende dipendente in tutto, lui, abbandonato proprio dalla mamma. Ma allo stesso tempo bimbo impressionantemente bello e fortemente amato.
Oggi come allora: la preghiera del Rosario.
Oggi come allora: uno spiraglio di cielo nel silenzio della stanza, nello spazio personale di affidarsi oltre, di abbandono e di ricerca oltre, di sguardo umile in avanti e di sforzo per comunicare.
Rosario: una intonazione universale “povera” che si ripete fuori dal tempo e dal ragionamento. Ma anche il respiro e il battito si accompagnano dentro un corpo che vive.
Approfitto di questo respiro e di questa compagnia, stasera come allora, per ripercorrere la storia di amicizia con tanti, per affidare la storia, gli aneli, le inquietudini di tante persone care a una Mamma fedele che ci accompagna con la sua preghiera, per ricostruire nel silenzio i volti di questi incontri che hanno intessuto la mia vita e rimetterli ordinatamente dentro la cornice del cuore.
Quanta necessità sincera di ringraziare! Ed anche di chiedere scusa...
Il Rosario: suggerimento di una Mamma per noi suoi figli, preghiera inventata per avvicinare l’immensità del Cielo alla fragilità della terra, per riscoprire nell’universo il tessuto dell’amore, la preoccupazione profonda di una Madre per l’umanità intera con tutti i suoi limiti. Mi colpisce, stasera, questo intessersi di preghiera e vita, nella quiete e nel silenzio, come se dietro quel piccolo spiraglio di luce si potesse cogliere qualche bagliore della verità senza orizzonte che ci avvolge.
Passano in fretta gli istanti della preghiera, lo ripeto senza enfasi: necessaria ed umile.
Ringrazio la mamma Mirella e rinnovo gli auguri per lei, con una stretta al cuore.
E il crepuscolo avvolge ormai la stanza. Juansito del Cielo dorme ancora, sereno. La sua presenza mi accompagna e abbraccia dolcemente, mentre altrettanto dolcemente scorrono le carezze sul suo volto. Forse anche in questo ritrovo una similitudine con lo scorrere e rincorrersi della preghiera nel Rosario: come acqua benedetta che sgorga da un cielo vicino, appena dietro le tende della nostra stanza.
Sono le sei del pomeriggio. E’ l’ora della preghiera. Una preghiera personale, necessaria ed umile, rubata spesso al ritmo intenso che richiede l’attenzione quotidiana per i bimbi insieme al pensiero e alla preoccupata speranza per il loro futuro. Non è la preghiera dei forti, dei bravi, ma di chi si rende conto che da soli non ce la facciamo, di chi sperimenta la reale e sincera necessità di essere aiutato.
Mi accompagna, come sempre a quest’ora, il piccolo Juan, Juansito del Cielo, adagiato sul mio petto, con il torso e la testa sollevati per facilitare la respirazione. In genere, è questa per lui l’occasione di dormire un po’, prima della cena. Difatti, accarezzare dolcemente il suo volto lo tranquillizza e l’invita al sonno nella momentanea quiete della stanza dei bimbi.
Un pezzetto di cielo dietro le tende e Juansito del Cielo appoggiato sul petto...
Mi colpisce, stasera, lo svolgersi di questo sereno e semplice momento.
E mi permetto comunicare questa sensazione.
Oggi è il compleanno 87 della mia mamma, Mirella, il secondo che lei passa in Cielo... Me lo illumina e suggerisce quel piccolo spiraglio che si fa luce tra le tende...
Ho pensato e immaginato spesso, ingenuamente, come avrà trascorso questi due anni...
Che mistero di gioia e di scoperta senza fine! Di incontri rinnovati e di sorprese continue! Di lode e di ringraziamento eterni.
Rivedo gli ultimi mesi trascorsi con lei, mesi belli e profondi, necessari ed umili, come la preghiera quotidiana al crepuscolo.
E’ lo stesso scorrere di preghiera, la stessa ora, le sei del pomeriggio, quando ci sedevamo con la mamma di fronte alla finestra del salotto di casa, su, al nostro paese di Toano, e recitavamo con calma il Rosario, prima del riposo notturno.
Un momento sacro, nella sua quotidiana normalità.
E’ come se si ripetesse la stessa scena: allora, con una mamma ottantenne ammalata, con l’esperienza feconda e forte di una vita consegnata intensamente nel piccolo spazio della sua famiglia, una vita donata nell’impegno silenzioso che fa grande ogni mamma.
Oggi, con un bimbo di un anno e mezzo che lotta e strappa ogni istante a una situazione difficile in cui l’ha innestato il mistero della vita, una storia di cui è protagonista inerme e che l’immobilizza e lo rende dipendente in tutto, lui, abbandonato proprio dalla mamma. Ma allo stesso tempo bimbo impressionantemente bello e fortemente amato.
Oggi come allora: la preghiera del Rosario.
Oggi come allora: uno spiraglio di cielo nel silenzio della stanza, nello spazio personale di affidarsi oltre, di abbandono e di ricerca oltre, di sguardo umile in avanti e di sforzo per comunicare.
Rosario: una intonazione universale “povera” che si ripete fuori dal tempo e dal ragionamento. Ma anche il respiro e il battito si accompagnano dentro un corpo che vive.
Approfitto di questo respiro e di questa compagnia, stasera come allora, per ripercorrere la storia di amicizia con tanti, per affidare la storia, gli aneli, le inquietudini di tante persone care a una Mamma fedele che ci accompagna con la sua preghiera, per ricostruire nel silenzio i volti di questi incontri che hanno intessuto la mia vita e rimetterli ordinatamente dentro la cornice del cuore.
Quanta necessità sincera di ringraziare! Ed anche di chiedere scusa...
Il Rosario: suggerimento di una Mamma per noi suoi figli, preghiera inventata per avvicinare l’immensità del Cielo alla fragilità della terra, per riscoprire nell’universo il tessuto dell’amore, la preoccupazione profonda di una Madre per l’umanità intera con tutti i suoi limiti. Mi colpisce, stasera, questo intessersi di preghiera e vita, nella quiete e nel silenzio, come se dietro quel piccolo spiraglio di luce si potesse cogliere qualche bagliore della verità senza orizzonte che ci avvolge.
Passano in fretta gli istanti della preghiera, lo ripeto senza enfasi: necessaria ed umile.
Ringrazio la mamma Mirella e rinnovo gli auguri per lei, con una stretta al cuore.
E il crepuscolo avvolge ormai la stanza. Juansito del Cielo dorme ancora, sereno. La sua presenza mi accompagna e abbraccia dolcemente, mentre altrettanto dolcemente scorrono le carezze sul suo volto. Forse anche in questo ritrovo una similitudine con lo scorrere e rincorrersi della preghiera nel Rosario: come acqua benedetta che sgorga da un cielo vicino, appena dietro le tende della nostra stanza.
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
mercoledì 1 maggio 2013
Il mio primo sorriso
Il mio primo sorriso
“Sono qui sul letto in attesa che mi cambino il pannolino... Non mi sporco tanto, sono un bimbo bravo e non dò problemi in questo senso. Ci tengo ad essere ben pulito e in ordine. E tutti mi coccolano in questo senso.
La mia mamma, quando sono nato e vivevo con lei in strada, mi ha messo come nome Juansito e questo nome è rimasto anche qui, nella casa de los niños e con questo nome sono stato battezzato qualche mese fa anche se, a dire vero, tanti, qui, mi chiamano Buà o Kalén. Buà perché quando ero piccolino piangevo tanto e facevo una mescolina ripetendo sconsolato: Buà, buà! Adesso piango molto meno, ma mi è rimasto questo nomignolo, che è carino. Il nome Kalén è di una lingua indigena cilena e mi hanno spiegato che vuol dire: “Bimbo speciale, unico!”. Ed è vero: sono un bimbo speciale, unico. Sento che sono un bimbo speciale per tutti quelli che ho attorno.
...
Sono disteso e guardo il soffitto, ma so che più sopra c’è il cielo. Devo confessare che mi piacerebbe che mi chiamassero: Juansito del cielo perché mi sento come un regalo del cielo, come del resto lo sono tutti i bimbi. Non riesco a controllare i miei movimenti e le mie reazioni. Infatti, ho una malattia difficile, con un nome difficile: idranancefalìa. In poche parole, dalle spiegazioni dei medici che hanno analizzato la mia ecografia cerebrale, significa che ho un cervello molto ridotto che nuota in una vasta distesa di liquido. I medici sono bravi e mi hanno messo una valvola, sotto il cranio, proprio dietro l’orecchio destro, che aiuta a scaricare l’eccesso di questo liquido se no la mia testina crescerebbe fuori misura. Purtroppo, questa malattia mi provoca forti crisi epilettiche, che mi fanno tanto male, ma da quando sono andato al mare, ho notato un miglioramento e le scosse sono diminuite. Si vede che l’aria del mare mi ha fatto proprio bene. L’acqua dell’Oceano Pacifico è molto fredda ed io non la sopportavo proprio: mi dava i brividi. E così mi facevano bagni di sabbia. Quella sì che era bella caldina e tutto il mio corpo si rilassava. Mi piace tanto stare al caldo!
...
Dicono che in questi mesi sono migliorato tanto, ma io non so cosa voglia dire e rispetto a chi o a cosa sono migliorato. Io non ci vedo molto, ed ho l’esperienza di appena 14 mesi di vita, ma intuisco che gli altri bimbi a questa età incominciano a pronunciare le prime parole, a prendere in mano oggetti e persino a muovere i primi passi. Io non me ne faccio un problema se non parlo e se non riesco a muovermi . D’altra parte, io ci sento bene, anzi, mi spavento quando percepisco rumori dai toni troppo alti, come, per esempio, quando sbattono una porta, quando starnutiscono o quando si fa troppo chiasso. Non so perché, ma le mie manine non rispondono a stimoli e sono sempre rigide, lo stesso vale per le mie gambine. “Sono sintomi di chi è spastico”, dice la mia fisioterapista. Mi accorgo che a volte stringo con forza i vestiti di chi mi tiene in braccio. Mi piace molto stare in braccio: mi sento sicuro! Solo quando dormo percepisco i miei muscoli rilassati. Dicono che sono migliorato forse perché adesso riesco a fissare gli occhi in direzione delle voci che mi parlano o forse perché piango di meno. Ed è vero che faccio uno sforzo grande dentro di me per fare cose semplici: per reagire, per ascoltare e per prestare attenzione, e mi rendo conto che le persone attorno a me ne soffrono. E’ che la gente mi vuole bene e tiene accese tante speranze su di me. Ma io non so come, quando e in che misura potrò migliorare. In tutti i modi, questo non è un problema per me perché tutti fanno un grande tifo per me e nutrono una infinita fiducia nelle mie scarse possibilità. Lo ripeto: io mi sento sicuro e ben protetto!
...
Ho 4 dentini di sopra e due dentini e mezzo di sotto. Non è che mi servano molto perché riesco a deglutire solo pappine, ma esteticamente risaltano proprio bene nella mia bocchina di bimbo troppo bello. Mi hanno comprato persino uno spazzolino da dito e così luccicano sempre di bianco splendente i miei dentini. Ho sempre la bocca aperta come quella di un passerottino e così tutti possono ammirare i miei 6 dentini e mezzo.
...
Mi hanno regalato un libro e in ogni pagina posso ascoltare il cinguettìo di un uccello diverso. Mi diverto un sacco ad ascoltare questi suoni ma soprattutto mi piace da matti il cinguettìo dell’usignolo: è dolce. Mi hanno anche regalato un libro di fiabe ed ogni sera, prima di addormentarmi, mi leggono un racconto. Sto molto attento e faccio tesoro di ogni fiaba. Noi bimbi siamo come i protagonisti speciali di un infinito racconto di fiabe per le nostre famiglie. Alla fine del racconto, mi addormento sereno. L’altra sera, invece, mi sono addormentato mentre mi facevano il bagnetto. Disteso sull’acqua ben calda, sognavo di volare come un usignolo nel cielo azzurro, sulle casette della nostra cittadella, contemplando le corse e i giochi di tanti bimbi, e con gli occhi ancor chiusi mi è fiorito un sorriso sulle labbra. In questi 14 mesi di vita si tratta del mio primo sorriso. Poi mi sono svegliato e ho visto occhi di fronte a me che luccicavano di commozione e di gioia mentre braccia amiche mi sostenevano nell’acqua della vaschina. Qualcuno pensa che sia un miracolo. Forse. Ma era così bello volare!
Sogno spesso, ma non mi era mai capitato di volare, di sentirmi così bene, lassù nel cielo.
Mi piacerebbe davvero che mi chiamassero: Juansito del Cielo.”
La mia mamma, quando sono nato e vivevo con lei in strada, mi ha messo come nome Juansito e questo nome è rimasto anche qui, nella casa de los niños e con questo nome sono stato battezzato qualche mese fa anche se, a dire vero, tanti, qui, mi chiamano Buà o Kalén. Buà perché quando ero piccolino piangevo tanto e facevo una mescolina ripetendo sconsolato: Buà, buà! Adesso piango molto meno, ma mi è rimasto questo nomignolo, che è carino. Il nome Kalén è di una lingua indigena cilena e mi hanno spiegato che vuol dire: “Bimbo speciale, unico!”. Ed è vero: sono un bimbo speciale, unico. Sento che sono un bimbo speciale per tutti quelli che ho attorno.
...
Sono disteso e guardo il soffitto, ma so che più sopra c’è il cielo. Devo confessare che mi piacerebbe che mi chiamassero: Juansito del cielo perché mi sento come un regalo del cielo, come del resto lo sono tutti i bimbi. Non riesco a controllare i miei movimenti e le mie reazioni. Infatti, ho una malattia difficile, con un nome difficile: idranancefalìa. In poche parole, dalle spiegazioni dei medici che hanno analizzato la mia ecografia cerebrale, significa che ho un cervello molto ridotto che nuota in una vasta distesa di liquido. I medici sono bravi e mi hanno messo una valvola, sotto il cranio, proprio dietro l’orecchio destro, che aiuta a scaricare l’eccesso di questo liquido se no la mia testina crescerebbe fuori misura. Purtroppo, questa malattia mi provoca forti crisi epilettiche, che mi fanno tanto male, ma da quando sono andato al mare, ho notato un miglioramento e le scosse sono diminuite. Si vede che l’aria del mare mi ha fatto proprio bene. L’acqua dell’Oceano Pacifico è molto fredda ed io non la sopportavo proprio: mi dava i brividi. E così mi facevano bagni di sabbia. Quella sì che era bella caldina e tutto il mio corpo si rilassava. Mi piace tanto stare al caldo!
...
Dicono che in questi mesi sono migliorato tanto, ma io non so cosa voglia dire e rispetto a chi o a cosa sono migliorato. Io non ci vedo molto, ed ho l’esperienza di appena 14 mesi di vita, ma intuisco che gli altri bimbi a questa età incominciano a pronunciare le prime parole, a prendere in mano oggetti e persino a muovere i primi passi. Io non me ne faccio un problema se non parlo e se non riesco a muovermi . D’altra parte, io ci sento bene, anzi, mi spavento quando percepisco rumori dai toni troppo alti, come, per esempio, quando sbattono una porta, quando starnutiscono o quando si fa troppo chiasso. Non so perché, ma le mie manine non rispondono a stimoli e sono sempre rigide, lo stesso vale per le mie gambine. “Sono sintomi di chi è spastico”, dice la mia fisioterapista. Mi accorgo che a volte stringo con forza i vestiti di chi mi tiene in braccio. Mi piace molto stare in braccio: mi sento sicuro! Solo quando dormo percepisco i miei muscoli rilassati. Dicono che sono migliorato forse perché adesso riesco a fissare gli occhi in direzione delle voci che mi parlano o forse perché piango di meno. Ed è vero che faccio uno sforzo grande dentro di me per fare cose semplici: per reagire, per ascoltare e per prestare attenzione, e mi rendo conto che le persone attorno a me ne soffrono. E’ che la gente mi vuole bene e tiene accese tante speranze su di me. Ma io non so come, quando e in che misura potrò migliorare. In tutti i modi, questo non è un problema per me perché tutti fanno un grande tifo per me e nutrono una infinita fiducia nelle mie scarse possibilità. Lo ripeto: io mi sento sicuro e ben protetto!
...
Ho 4 dentini di sopra e due dentini e mezzo di sotto. Non è che mi servano molto perché riesco a deglutire solo pappine, ma esteticamente risaltano proprio bene nella mia bocchina di bimbo troppo bello. Mi hanno comprato persino uno spazzolino da dito e così luccicano sempre di bianco splendente i miei dentini. Ho sempre la bocca aperta come quella di un passerottino e così tutti possono ammirare i miei 6 dentini e mezzo.
...
Mi hanno regalato un libro e in ogni pagina posso ascoltare il cinguettìo di un uccello diverso. Mi diverto un sacco ad ascoltare questi suoni ma soprattutto mi piace da matti il cinguettìo dell’usignolo: è dolce. Mi hanno anche regalato un libro di fiabe ed ogni sera, prima di addormentarmi, mi leggono un racconto. Sto molto attento e faccio tesoro di ogni fiaba. Noi bimbi siamo come i protagonisti speciali di un infinito racconto di fiabe per le nostre famiglie. Alla fine del racconto, mi addormento sereno. L’altra sera, invece, mi sono addormentato mentre mi facevano il bagnetto. Disteso sull’acqua ben calda, sognavo di volare come un usignolo nel cielo azzurro, sulle casette della nostra cittadella, contemplando le corse e i giochi di tanti bimbi, e con gli occhi ancor chiusi mi è fiorito un sorriso sulle labbra. In questi 14 mesi di vita si tratta del mio primo sorriso. Poi mi sono svegliato e ho visto occhi di fronte a me che luccicavano di commozione e di gioia mentre braccia amiche mi sostenevano nell’acqua della vaschina. Qualcuno pensa che sia un miracolo. Forse. Ma era così bello volare!
Sogno spesso, ma non mi era mai capitato di volare, di sentirmi così bene, lassù nel cielo.
Mi piacerebbe davvero che mi chiamassero: Juansito del Cielo.”
Etichette:
cielo,
idrocefalia
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
lunedì 11 marzo 2013
Mateo è volato in cielo
Casa de los niños, 11 marzo 2013
Carissimi, carissime!
Stamattina, è volato in cielo il piccolo Mateo che tanti di voi hanno conosciuto ed amato.
Negli ultimi giorni era stato ricoverato in ospedale per il suo grave problema ai polmoni. Mercoledì era tornato a casa.
Ieri sera l'abbiamo portato di nuovo in ospedale ma ormai si poteva fare ben poco per lui, così abbiamo preferito che tornasse da noi.
Ha dormito nella stanza con tutti i bimbi e stamattina, in cucina, mentre i bimbi facevano colazione, lui ha spiccato il volo, in silenzio, come per il resto della sua vita: un silenzio pieno di amore, di dolcezza e di tenerezza.
Mateo ha sofferto tanto nella sua breve vita, ma noi non abbiamo mai sentito il peso proprio per la sua bontà e forse anche per una speciale predilezione del cielo per i nostri bimbi così ammalati.
Ringraziamo di cuore Inés e Marisol che gli hanno fatto da mamme in questi tre anni. Il loro abbraccio di madre, di questi tre anni, sono il sigillo di una vita bella che ha mantenuto Mateo sempre sorridente.
Ringraziamo le loro famiglie per l'affetto con cui hanno sempre accolto e curato il piccolo Mateo.
Ringraziamo anche il nonno di Isabella che, da lontano, gli è stato sempre vicino.
Ora Mateo si fermerà qui con noi per sempre grazie alla predilezione che a lui ci ha tenuto uniti.
Carissimi, carissime!
Stamattina, è volato in cielo il piccolo Mateo che tanti di voi hanno conosciuto ed amato.
Negli ultimi giorni era stato ricoverato in ospedale per il suo grave problema ai polmoni. Mercoledì era tornato a casa.
Ieri sera l'abbiamo portato di nuovo in ospedale ma ormai si poteva fare ben poco per lui, così abbiamo preferito che tornasse da noi.
Ha dormito nella stanza con tutti i bimbi e stamattina, in cucina, mentre i bimbi facevano colazione, lui ha spiccato il volo, in silenzio, come per il resto della sua vita: un silenzio pieno di amore, di dolcezza e di tenerezza.
Mateo ha sofferto tanto nella sua breve vita, ma noi non abbiamo mai sentito il peso proprio per la sua bontà e forse anche per una speciale predilezione del cielo per i nostri bimbi così ammalati.
Ringraziamo di cuore Inés e Marisol che gli hanno fatto da mamme in questi tre anni. Il loro abbraccio di madre, di questi tre anni, sono il sigillo di una vita bella che ha mantenuto Mateo sempre sorridente.
Ringraziamo le loro famiglie per l'affetto con cui hanno sempre accolto e curato il piccolo Mateo.
Ringraziamo anche il nonno di Isabella che, da lontano, gli è stato sempre vicino.
Ora Mateo si fermerà qui con noi per sempre grazie alla predilezione che a lui ci ha tenuto uniti.
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
sabato 18 febbraio 2012
Tutto è dono
... Ha piovuto tutta la notte. Siamo in febbraio, in piena estate, secondo il calendario del nostro emisfero sud, ma il tempo è pessimo, anche se non siamo ai livelli dell’attuale inverno italiano. E’ normale la pioggia in questa stagione, ma non con questa intensità e costanza: piove quasi tutti i giorni ininterrottamente. Inondazioni e frane da tutte le parti. Anche la nostra cittadella è sott’acqua, piena di pozzanghere e fango dappertutto. La preoccupazione ci toglie il sonno. Sono le 6 del mattino. E’ ancora buio, ma fuori si sente il concerto allegro degli uccelli. Fanno festa perché la pioggia ha cessato: finalmente! I nidi stanno sgocciolando come i tetti delle nostre casette. Ed è giusto che risuonino questi strillii di festa!
... sono passati 5 anni da quando siamo arrivati qui. Abbiamo completato le costruzioni. Mancano i particolari: il disegno delle strade, i giardini ben curati, alcuni laboratori...
Nel fondo del parco si sta elevando una struttura in legno. Da mesi ci siamo dietro e non riusciamo a completarla. Non esiste tanta esperienza in costruzioni in legno in Bolivia, soprattutto nelle regioni ad altitudini elevate come la nostra. Dopo tante esitazioni, abbiamo deciso che tutto sarà costruito in legno di pino perché ci sembra un materiale più bello e più degno. E’ il nostro luogo di ritrovo serale. E’ il nostro nido, dopo le piogge, le fatiche del giorno. E’ il luogo di ritrovo della comunità, attorniato da casette, già cresciute, e da alberi, in via di crescita.
Confessiamo che abbiamo fatto molta fatica a costruire questo luogo, puntando sul lavoro di tutti, a differenza delle casette in cui siamo diventati esperti e in pochi mesi ne costruivamo due. Ma forse dobbiamo o possiamo vedere in questa difficoltà tutto lo sforzo che stiamo facendo adesso per essere una comunità, una famiglia che cresce unita.
Si tratta dell’ultima costruzione, qui, nella cittadella.
Vorremmo fosse la meglio riuscita. Vorremmo...
Si chiama: “porta del cielo” perché nella fase attuale il cielo lo si vede da tutte le parti! Anche questa costruzione ci è stata regalata, come tutto il resto qui nel nostro Centro. Per quello che abbiamo scritto che: “Tutto è dono”. Ci è stata regalata da persone che non conosciamo, ma che hanno saputo del nostro sogno e vi hanno aderito, da lontano, nell’anonimato e nella fiducia. Insieme a tanta generosità!
Le nostre casette sono ormai piene. Stasera arriva l’ultima famiglia, che neppure conosciamo, ma che ci è stata segnalata=regalata da Suor Bruna in seguito alle alluvioni di questi giorni, e siamo molto contenti di accoglierla. Mamma e papà con 5 figlie. Anche per loro sarà un dono inaspettato trovarsi con una casetta vera e propria. Ma poi ci vorrà tutto il lavoro e lo sforzo dell’accoglienza, non solo fisica, con la casa, ma del cuore, con l’amicizia e la conoscenza di tutta la comunità.
Ci guardiamo in faccia ogni sera nella nuova costruzione in legno, e ci rispecchiamo nei nostri limiti, ma cogliamo anche nuove aspirazioni. Tutto qui è cresciuto rapidamente e a volte in forma disordinata. E’ la realtà della vita. Qui nella cittadella è riunito un campionario di umanità fragile e sofferta. Penso agli uccellini nel nido dopo la pioggia notturna e vedo una certa similitudine. Mi viene da costatare, non con tristezza!, che noi non siamo ancora capaci di “cantare” insieme. Abbiamo un nido caldo che ci accoglie, ma non siamo ancora pronti per il nostro concerto: ci vuole tempo e allenamento per mettere insieme le note e gli strumenti che ognuno di noi, che ogni famiglia qui rappresenta. E’ per questo che io vedo con speranza il muoversi della cittadella, ogni sera alle 7, verso quella ultima costruzione in legno che fa fatica a completarsi.
Al suono della campana -una piccola e umile campanella che ho portato da Toano, da casa mia, due anni fa, regalo di mia madre-, con passo lento, mamme, papà, giovani e bambini si muovono verso quel centro della cittadella. E’ bello e significativo questo uscire di casa, questo lasciare i giochi, la televisione!, questo rinunciare alle attività del momento per riunirsi 15 minuti insieme, per ascoltarci, per guardarci negli occhi, scambiandoci buone notizie e dandoci la buona notte. Era uno dei desideri che avevamo maturato da tempo e piano piano si sta materializzando.
Ma è anche una sfida. Non tutti, infatti, escono di casa, non tutti i bambini lasciano i giochi. Non tutti hanno la semplicità di accettare il richiamo della campanella. Non tutti credono nella forza e nella novità del riunirsi insieme. Non è facile rinunciare a piccole comodità o abitudini. Non siamo obbligati, certo, e non obblighiamo nessuno. Ma intanto è partita la sfida e noi ne siamo molto soddisfatti. Anche questa deve essere una scelta personale, che parte dal cuore, frutto di una maturazione personale e come comunità. Noi siamo convinti che si tratta di un momento necessario e importante, aldilà della personale esperienza religiosa, ma forse non siamo ancora preparati.
... rispetto a questo, mi ha colpito una frase del Vangelo di oggi. Gesù va su un monte alto, insieme a tre dei suoi amici e lì vive una esperienza profonda che lo cambia, lo trasfigura. Pietro, spaventato, lancia ingenuamente una frase: “E’ bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”.
Oggi mi ha colpito questa frase perché mi sono ricordato di alcuni particolari. Due anni fa, quando ero al mio paese in Italia, a Toano, conversavamo con mio cugino Mauro, che è geometra, di costruzioni rapide e leggere che potessero contenere un numero elevato di persone. Lui mi parlò di tende, sostenute da strutture metalliche leggere che saremmo potuti andare a vedere, istallate, in un paese vicino a Toano, a Corneto. In quel periodo venne anche un amico sacerdote del Molise a trovarmi a Toano e mi offrì l’appoggio suo, e di un gruppo della sua parrocchia, per la costruzione di una cappellina=centro di ritrovo comune nella cittadella. Qualche tempo dopo, quando ritornai in Bolivia, passeggiando un giorno tra le nostre casette e conversando con alcune delle persone con cui portiamo avanti la nostra esperienza, da lontano ci parve di vedere come poteva essere e dove poteva situarsi il nostro luogo di ritrovo comune: in mezzo alle casette, al fondo del parco. Una struttura semplice costituita come da una specie di tre tende/tettoie legate tra loro, o qualcosa di simile, che si armonizzasse con l’ambiente e non fosse strutturalmente troppo pesante. Passò quasi un anno da quel momento e ci mettemmo all’opera, puntando, come dicevo sopra, sul lavoro volontario di tutti noi e sulle nostre –poche!- capacità architettoniche.
Senza volere, anche noi abbiamo pensato in tre tende perché è bello e necessario ritrovarsi tutti insieme, tre costruzioni per riunirsi ogni sera, e nei momenti importanti, nel cuore della cittadella. La costruzione di queste tre tende è lenta e sofferta come è lenta e sofferta la costruzione della nostra comunità, come scrivevo sopra e sono alcuni mesi che abbiamo iniziato i lavori comunitari di questa prima struttura, in legno di pino. Ma soprattutto, sono alcune settimane che ci ritroviamo sotto quella struttura, alle 7 di sera, uscendo da noi stessi, dalle nostre case. Per pregare. Per ascoltare le parole buone che ogni giorno Gesù tiene preparate per noi. Per scambiare alcune parole o esperienze del giorno. Per desiderarci la buona notte. E per presentare le nostre necessità ricordano soprattutto chi soffre ed è meno fortunato di noi. Farlo insieme è una garanzia! Abbiamo appena iniziato. Non siamo tutti presenti, ma lo facciamo ogni sera. Mi consola pensare che anche Gesù non si è portato sul monte tutti i suoi amici, ma solo alcuni. Forse gli altri erano occupati in altre faccende o non erano ancora preparati. Siamo comunque pieni di illusione e sogniamo che un giorno, grazie a questa esperienza, si vedrà la trasfigurazione=trasformazione della nostra cittadella. E noi non vorremmo fermarci qui. Ci piace pensare in trasformazioni importanti e necessarie anche in altri posti, in altri quartieri, in altri Paesi, per altri amici che conosciamo. Ma siamo pure sicuri che solo con Gesù, in compagnia di Gesù la nostra cappella, il nostro luogo di ritrovo comune, la nostra cittadella sarà porta del Cielo per tanti.
... Ora è notte... E’ arrivata la nuova famiglia nella cittadella, sfollata a causa dell’alluvione da una zona della città vicina al fiume. E’ arrivata piena di fagotti umili ed umidi di fango sulla macchina delle suore. Le bimbe sono molto più piccole della loro età: 10, 6 e 3 anni; e poi ci sono due gemelline di 1 anno. Dal luogo di ritrovo serale è partito l’appello all’accoglienza e tutti ci siamo dati fare. Anche le famiglie della nostra cittadella sono povere, ma sono arrivati lo stesso letti nuovi, materassi, coperte, una culla, piatti e pentole, panini e latte caldo. In pochi minuti si allestisce la nuova casa pulita e ordinata grazie al movimento della solidarietà.
Davvero: tutto è dono! Tutto abbiamo ricevuto gratis e tutto –quel poco che abbiamo- possiamo condividerlo gratuitamente e generosamente. Rivedo nella mente quelle 5 bimbe... Gracili come gli uccelli che sentivo cantare stamattina. Ma ora hanno un nido e potranno stringersi insieme protette dal freddo e dalla pioggia.
... sono passati 5 anni da quando siamo arrivati qui. Abbiamo completato le costruzioni. Mancano i particolari: il disegno delle strade, i giardini ben curati, alcuni laboratori...
Nel fondo del parco si sta elevando una struttura in legno. Da mesi ci siamo dietro e non riusciamo a completarla. Non esiste tanta esperienza in costruzioni in legno in Bolivia, soprattutto nelle regioni ad altitudini elevate come la nostra. Dopo tante esitazioni, abbiamo deciso che tutto sarà costruito in legno di pino perché ci sembra un materiale più bello e più degno. E’ il nostro luogo di ritrovo serale. E’ il nostro nido, dopo le piogge, le fatiche del giorno. E’ il luogo di ritrovo della comunità, attorniato da casette, già cresciute, e da alberi, in via di crescita.
Confessiamo che abbiamo fatto molta fatica a costruire questo luogo, puntando sul lavoro di tutti, a differenza delle casette in cui siamo diventati esperti e in pochi mesi ne costruivamo due. Ma forse dobbiamo o possiamo vedere in questa difficoltà tutto lo sforzo che stiamo facendo adesso per essere una comunità, una famiglia che cresce unita.
Si tratta dell’ultima costruzione, qui, nella cittadella.
Vorremmo fosse la meglio riuscita. Vorremmo...
Si chiama: “porta del cielo” perché nella fase attuale il cielo lo si vede da tutte le parti! Anche questa costruzione ci è stata regalata, come tutto il resto qui nel nostro Centro. Per quello che abbiamo scritto che: “Tutto è dono”. Ci è stata regalata da persone che non conosciamo, ma che hanno saputo del nostro sogno e vi hanno aderito, da lontano, nell’anonimato e nella fiducia. Insieme a tanta generosità!
Le nostre casette sono ormai piene. Stasera arriva l’ultima famiglia, che neppure conosciamo, ma che ci è stata segnalata=regalata da Suor Bruna in seguito alle alluvioni di questi giorni, e siamo molto contenti di accoglierla. Mamma e papà con 5 figlie. Anche per loro sarà un dono inaspettato trovarsi con una casetta vera e propria. Ma poi ci vorrà tutto il lavoro e lo sforzo dell’accoglienza, non solo fisica, con la casa, ma del cuore, con l’amicizia e la conoscenza di tutta la comunità.
Ci guardiamo in faccia ogni sera nella nuova costruzione in legno, e ci rispecchiamo nei nostri limiti, ma cogliamo anche nuove aspirazioni. Tutto qui è cresciuto rapidamente e a volte in forma disordinata. E’ la realtà della vita. Qui nella cittadella è riunito un campionario di umanità fragile e sofferta. Penso agli uccellini nel nido dopo la pioggia notturna e vedo una certa similitudine. Mi viene da costatare, non con tristezza!, che noi non siamo ancora capaci di “cantare” insieme. Abbiamo un nido caldo che ci accoglie, ma non siamo ancora pronti per il nostro concerto: ci vuole tempo e allenamento per mettere insieme le note e gli strumenti che ognuno di noi, che ogni famiglia qui rappresenta. E’ per questo che io vedo con speranza il muoversi della cittadella, ogni sera alle 7, verso quella ultima costruzione in legno che fa fatica a completarsi.
Al suono della campana -una piccola e umile campanella che ho portato da Toano, da casa mia, due anni fa, regalo di mia madre-, con passo lento, mamme, papà, giovani e bambini si muovono verso quel centro della cittadella. E’ bello e significativo questo uscire di casa, questo lasciare i giochi, la televisione!, questo rinunciare alle attività del momento per riunirsi 15 minuti insieme, per ascoltarci, per guardarci negli occhi, scambiandoci buone notizie e dandoci la buona notte. Era uno dei desideri che avevamo maturato da tempo e piano piano si sta materializzando.
Ma è anche una sfida. Non tutti, infatti, escono di casa, non tutti i bambini lasciano i giochi. Non tutti hanno la semplicità di accettare il richiamo della campanella. Non tutti credono nella forza e nella novità del riunirsi insieme. Non è facile rinunciare a piccole comodità o abitudini. Non siamo obbligati, certo, e non obblighiamo nessuno. Ma intanto è partita la sfida e noi ne siamo molto soddisfatti. Anche questa deve essere una scelta personale, che parte dal cuore, frutto di una maturazione personale e come comunità. Noi siamo convinti che si tratta di un momento necessario e importante, aldilà della personale esperienza religiosa, ma forse non siamo ancora preparati.
... rispetto a questo, mi ha colpito una frase del Vangelo di oggi. Gesù va su un monte alto, insieme a tre dei suoi amici e lì vive una esperienza profonda che lo cambia, lo trasfigura. Pietro, spaventato, lancia ingenuamente una frase: “E’ bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”.
Oggi mi ha colpito questa frase perché mi sono ricordato di alcuni particolari. Due anni fa, quando ero al mio paese in Italia, a Toano, conversavamo con mio cugino Mauro, che è geometra, di costruzioni rapide e leggere che potessero contenere un numero elevato di persone. Lui mi parlò di tende, sostenute da strutture metalliche leggere che saremmo potuti andare a vedere, istallate, in un paese vicino a Toano, a Corneto. In quel periodo venne anche un amico sacerdote del Molise a trovarmi a Toano e mi offrì l’appoggio suo, e di un gruppo della sua parrocchia, per la costruzione di una cappellina=centro di ritrovo comune nella cittadella. Qualche tempo dopo, quando ritornai in Bolivia, passeggiando un giorno tra le nostre casette e conversando con alcune delle persone con cui portiamo avanti la nostra esperienza, da lontano ci parve di vedere come poteva essere e dove poteva situarsi il nostro luogo di ritrovo comune: in mezzo alle casette, al fondo del parco. Una struttura semplice costituita come da una specie di tre tende/tettoie legate tra loro, o qualcosa di simile, che si armonizzasse con l’ambiente e non fosse strutturalmente troppo pesante. Passò quasi un anno da quel momento e ci mettemmo all’opera, puntando, come dicevo sopra, sul lavoro volontario di tutti noi e sulle nostre –poche!- capacità architettoniche.
Senza volere, anche noi abbiamo pensato in tre tende perché è bello e necessario ritrovarsi tutti insieme, tre costruzioni per riunirsi ogni sera, e nei momenti importanti, nel cuore della cittadella. La costruzione di queste tre tende è lenta e sofferta come è lenta e sofferta la costruzione della nostra comunità, come scrivevo sopra e sono alcuni mesi che abbiamo iniziato i lavori comunitari di questa prima struttura, in legno di pino. Ma soprattutto, sono alcune settimane che ci ritroviamo sotto quella struttura, alle 7 di sera, uscendo da noi stessi, dalle nostre case. Per pregare. Per ascoltare le parole buone che ogni giorno Gesù tiene preparate per noi. Per scambiare alcune parole o esperienze del giorno. Per desiderarci la buona notte. E per presentare le nostre necessità ricordano soprattutto chi soffre ed è meno fortunato di noi. Farlo insieme è una garanzia! Abbiamo appena iniziato. Non siamo tutti presenti, ma lo facciamo ogni sera. Mi consola pensare che anche Gesù non si è portato sul monte tutti i suoi amici, ma solo alcuni. Forse gli altri erano occupati in altre faccende o non erano ancora preparati. Siamo comunque pieni di illusione e sogniamo che un giorno, grazie a questa esperienza, si vedrà la trasfigurazione=trasformazione della nostra cittadella. E noi non vorremmo fermarci qui. Ci piace pensare in trasformazioni importanti e necessarie anche in altri posti, in altri quartieri, in altri Paesi, per altri amici che conosciamo. Ma siamo pure sicuri che solo con Gesù, in compagnia di Gesù la nostra cappella, il nostro luogo di ritrovo comune, la nostra cittadella sarà porta del Cielo per tanti.
... Ora è notte... E’ arrivata la nuova famiglia nella cittadella, sfollata a causa dell’alluvione da una zona della città vicina al fiume. E’ arrivata piena di fagotti umili ed umidi di fango sulla macchina delle suore. Le bimbe sono molto più piccole della loro età: 10, 6 e 3 anni; e poi ci sono due gemelline di 1 anno. Dal luogo di ritrovo serale è partito l’appello all’accoglienza e tutti ci siamo dati fare. Anche le famiglie della nostra cittadella sono povere, ma sono arrivati lo stesso letti nuovi, materassi, coperte, una culla, piatti e pentole, panini e latte caldo. In pochi minuti si allestisce la nuova casa pulita e ordinata grazie al movimento della solidarietà.
Davvero: tutto è dono! Tutto abbiamo ricevuto gratis e tutto –quel poco che abbiamo- possiamo condividerlo gratuitamente e generosamente. Rivedo nella mente quelle 5 bimbe... Gracili come gli uccelli che sentivo cantare stamattina. Ma ora hanno un nido e potranno stringersi insieme protette dal freddo e dalla pioggia.
lunedì 1 agosto 2011
Gli occhi di David
Tra qualche giorno, David compirà tre anni dal suo ingresso nella casa de los niños.
Nell’agosto del 2008, infatti, andammo in ospedale a Cochabamba per prendere il primo contatto con lui, su invito delle assistenti sociali di quel centro pediatrico. Data la sua situazione drammatica, non ce la sentivamo sinceramente di prenderlo qui a casa con noi, anche per la mancanza di esperienza di fronte alla sua malattia.
Che significava idrocefalia? Che conseguenze ne derivavano? Che aspettative di vita poteva avere un bimbo nato con una disfunzione cerebrale così grave? Che reazioni poteva provocare sugli altri bimbi? Cosa potevamo offrirgli noi?
“La mamma l’ha abbandonato e non sappiamo a chi affidarlo: fateci il favore di tenerlo un paio di settimane con voi finché non si libera un lettino in un altro centro specializzato in questo tipo di malattie. In tutti i modi, non ci sono molte speranze per lui,” ci supplicarono le assistenti sociali dell’ospedale.
Furono convincenti, e qualche giorno dopo, il 26 agosto del 2008, David iniziò la sua nuova vita nel caos della casa de los niños. La parola caos è quasi un eufemismo se si pensa che in quel periodo vivere nella casa de los niños significava per lui condividere gioie, giochi e giornate con i terribili 5: Evita, María René, Sebastián, Jhonatan piccolo e Manuelito gambe di gesso. Che banda!
Ma, come scrivemmo proprio in quei giorni, David si conquistò in fretta la simpatia di tutti e divenne il sesto fratellino che mai avremmo permesso fosse trasferito in un altro centro, certamente più specializzato del nostro. E così è stato.
Ecco solo alcune linee di quanto scrivemmo tre anni fa, credo che ci fa bene rileggerle: “David puó mangiare solo cose liquide o latte, non parlerá mai, non camminerá mai, rimarrá legato alla sua culla e alle cure di quanti avranno la fortuna di volergli bene... La sua vita dipenderá dall’amore altrui. Ma Lui sa ricambiare con il centuplo in sorrisi o pianti, o con lo slancio delle manine rivolte verso il cielo...”
Ricordo che quella sera, quando scrissi su di lui per la prima volta, eravamo stati con tutti i bimbi a giocare nella stanza dei materassi e fu un’esperienza indimenticabile di testardaggine e bontà. E scrivevo ancora:
"E i suoi occhi luccicavano di gioia come i miei...
ció che é profondamente bello, vero e buono si vede solo con gli occhi del cuore...”
Riprendo in mano questi ricordi perché qualche giorno fa sono tornato nella stanza dei materassi a giocare con David. I suoi 5 fratelli, terribili, se ne sono andati felici a vivere qui accanto con le loro rispettive famiglie... Lui è cresciuto, tra poco compirà 7 anni. La sua testa, piena di liquido che le due cannule che scendono lungo collo riescono ora a drenare abbastanza bene, non spaventa più come i primi tempi perché si è ridimensionata alla crescita di tutto il resto del corpo. Ed anche le mie considerazioni di tre anni fa devono essere ridimensionate perché non è vero che può mangiare solo cose liquide e latte, e non è vero che non camminerà mai e non è vero che rimarrà legato alla sua culla. Certo, il resto è vero: i suoi sorrisi, i suoi pianti, gli slanci delle sua manine verso il cielo... E tante altre cose che lui continuamente ci regala.
E mi è successo che anche questa volta, nella stanza dei materassi ho fatto un’altra scoperta, banale forse, ma per me interessante. Uno, infatti, può guardare David e prestare attenzione ai suoi sforzi per camminare, alle sue grida per raggiungere i suoi obiettivi, alle sue mani tese ad afferrare qualsiasi cosa che gli passa accanto... Ma stavolta io sono stato colpito dei suoi occhi. Mai li avevo visti così da vicino. E li ho scoperti completamente neri, di un nero profondissimo a tal punto da non distinguere quanto la sua pupilla si dilata davanti alla luce. Un nero profondo in cui non si riesce neppure a riflettersi. E mi sono domandato cosa vedono quegli occhi, che pensieri nascondono quegli occhi perché David non parla e tutto deve essere interpretato.
E allora uno può tentare di cogliere le immagini e le emozioni che si stampano e registrano dietro quei suoi occhi neri. E’ un gioco di fantasia, ma è soprattutto un gioco di simpatia verso questo bimbo che ci è stato donato. E’ un gioco di scoperta del suo mondo. Ci proviamo.
David – a causa della sua malattia - è quasi sempre sdraiato nel suo box e la sua percezione della realtà è quella di chi vede le cose dal fianco o dal basso in alto. I suoi occhi si incontrano ogni giorno con i disegni sul muro o sulle pareti del box o magari si perdono a scrutare il senso dei piccoli insetti incrostati nel soffitto bianco del salone o della sua stanza da letto. C’è tanta bontà e simpatia in quei disegni che sono stati pensati appositamente per lui, per cui è bello ed è giusto pensare che gli occhi neri di David registrano ogni giorno tanta bontà e tanta simpatia e la conservano dietro la profondità di quell’iride nero.
Ma ora che David riesce ad alzarsi e a reggersi da solo aggrappandosi alle pareti del box o, quando è seduto sulla seggiola a rotelle (che manovra abilmente come se fosse la sua macchina di Formula 1), ecco che – con la sua testa sollevata – incomincia a sfidare lo sguardo di chi gli sta di fronte e se lo va a cercare. Ha gli occhi alla pari, come qualsiasi bimbo, come qualsiasi persona. E appena ti guarda, le sue labbra si aprono a un sorriso e le sue mani cercano di accalappiare la persona che gli sta di fronte. I suoi occhi sono lo slancio del rapporto che lui vuole stabilire con energia e con fremito incontrollati e a volte violenti, rapporto che non può esprimere a parole ma che è evidentissimo e necessario per lui e per noi. E di nuovo, dietro il suo iride nerissimo si stampa l’amore, il bisogno di amicizia e di affetto che tutti noi nascondiamo insulsamente o riveliamo con fremito e violenza a seconda del nostro carattere.
A volte, la sera, lasciamo David seduto in seggiola a rotelle davanti al televisore. Ultimamente accetta questa nostra proposta e rimane tranquillo davanti allo schermo (tempo addietro scappava via), ma dopo un po’, piega la testa sul fianco e - mestamente e passivamente - rivolge lo sguardo nel vuoto. Si ravviva e applaude solo quando sente sottofondi musicali. Lascio ad ognuno la riflessione personale su questo interessante e intelligente atteggiamento di David.
Contempliamo spesso David rotolarsi sui tappetini del pavimento e sganasciarsi di risa.
Cosa vedranno i suoi occhi in quei momenti? Ci piace pensare che sta vedendo storie fantasiose che lui stesso si inventa e che gli piacciono da morire e che ogni volta le arricchisce di particolari gioiosi. E a David, che è un bimbo puro, piacciono tantissimo le sue storie. Solo la fantasia dei bimbi potrà ripetere la trame di queste storie.
E’ per questo che qualcuno di noi ha battezzato giustamente David come: “el barredor di tristezas”, come colui che spazza via la tristezza. Ed è proprio così.
Gli occhi neri di David sono come le galassie nere che là, nella profondità dell’universo, per un mistero inspiegabile, attirano la materia e l’assorbono e la trasformano in nuova energia di vita. Tutti abbiamo fatto l’esperienza che, dall’incontro con David, siamo attirati verso il bene e verso le cose buone e i nostri affanni o i nostri problemi si dissolvono e vengono assorbiti dal profondo dagli occhi neri di David. Allora ringraziamo David per questi tre anni condivisi, in cui lui è stato con noi senza poter dirci una parola, ma esprimendo sempre l’essenza del bene.
mercoledì 20 luglio 2011
Il funerale di ieri è stato molto commovente
Cristina ed Emily, una mamma e una bimba, insieme, qui nel nostro giardino colmo con tutti i bimbi della cittadella, ordinati per corso, con le magliette della scuola e inusuale silenzio, le nostre mamme, tante persone di strada dalle espressioni stralunate, la dottoressa dell'ospedale accompagnata dalle mamme di altri bimbi malati di leucemia, le bellissime foto di Emily, le tante letterine dei nostri bimbi riassunte da un sole che piangeva e da altri disegnini con tanti angeli.
Il bacio di Dennis, e gli occhi gonfi della mamma di Emily che pure lei si chiama Cristina.
Tanti canti ed un forte applauso per salutare questo volo verso il cielo che qui sembra più vicino e in cui ci sembrava di muoverci tutti.
In questo periodo la nostra cittadella è di una bellezza speciale perché con il vento del pomeriggio i bimbi ne approfittano per giocare con gli aquiloni ed è tutta una gara di rudimentali carte colorate che si rincorrono sul fondo azzurro e terso del cielo...
E' la seconda mamma che ci lascia quest'anno ed è pure la seconda bimba in pochi mesi che vediamo partire inaspettatamente. Avremmo voluto evitare questo momento e di nuovo sperimentiamo la nostra impotenza davanti al dolore...
Ma poi la casa si riempie di bimbi e bisogna rispondere alle loro domande, bisogna rasserenare i loro pianti...
Stamattina è tornata Cristina, la mamma di Emily, insieme all'altro figlioletto di 5 anni. Lui voleva vedere Emily e la mamma non sapeva che spiegazione dare. Così noi l'abbiamo preso in disparte e gli abbiamo detto la verità, semplicemente e con parole e immagini che i bimbi piccoli non fanno fatica ad accettare.
Lui ci ha detto che aveva sognato con la sorellina e sembrava molto soddisfatto. Da poco era passato il suo compleanno ed Emily si era divorata la torta come mai successo prima...
Poi il congedo di Cristina, con il cuore spezzato che si ricomponeva nel grazie fraterno per quanto vissuto insieme in tutti questi mesi.
Bisognerebbe aver conosciuto Emily per comprendere quanto la sua vita sia sigillata nel nostro cuore...
Si assomigliano un po' per il loro carattere speciale, spesso duro, i nostri "bimbi" che sono volati in cielo: Mayra, David, Luciano, Toño, Zaida, Delia, Daniel, Mayron, Sonia, Emily...
Ma se alziamo gli occhi, ci sorprende un sorriso e ci stupiamo ingenuamente come in questi giorni al vedere le rincorse degli aquiloni in cielo...
Il bacio di Dennis, e gli occhi gonfi della mamma di Emily che pure lei si chiama Cristina.
Tanti canti ed un forte applauso per salutare questo volo verso il cielo che qui sembra più vicino e in cui ci sembrava di muoverci tutti.
In questo periodo la nostra cittadella è di una bellezza speciale perché con il vento del pomeriggio i bimbi ne approfittano per giocare con gli aquiloni ed è tutta una gara di rudimentali carte colorate che si rincorrono sul fondo azzurro e terso del cielo...
E' la seconda mamma che ci lascia quest'anno ed è pure la seconda bimba in pochi mesi che vediamo partire inaspettatamente. Avremmo voluto evitare questo momento e di nuovo sperimentiamo la nostra impotenza davanti al dolore...
Ma poi la casa si riempie di bimbi e bisogna rispondere alle loro domande, bisogna rasserenare i loro pianti...
Stamattina è tornata Cristina, la mamma di Emily, insieme all'altro figlioletto di 5 anni. Lui voleva vedere Emily e la mamma non sapeva che spiegazione dare. Così noi l'abbiamo preso in disparte e gli abbiamo detto la verità, semplicemente e con parole e immagini che i bimbi piccoli non fanno fatica ad accettare.
Lui ci ha detto che aveva sognato con la sorellina e sembrava molto soddisfatto. Da poco era passato il suo compleanno ed Emily si era divorata la torta come mai successo prima...
Poi il congedo di Cristina, con il cuore spezzato che si ricomponeva nel grazie fraterno per quanto vissuto insieme in tutti questi mesi.
Bisognerebbe aver conosciuto Emily per comprendere quanto la sua vita sia sigillata nel nostro cuore...
Si assomigliano un po' per il loro carattere speciale, spesso duro, i nostri "bimbi" che sono volati in cielo: Mayra, David, Luciano, Toño, Zaida, Delia, Daniel, Mayron, Sonia, Emily...
Ma se alziamo gli occhi, ci sorprende un sorriso e ci stupiamo ingenuamente come in questi giorni al vedere le rincorse degli aquiloni in cielo...
martedì 19 luglio 2011
Cristina ed Emily ...
Cristina aveva 33 anni ed Emily poco più di 3... Sono volate in cielo questo fine settimana dopo giorni di agonia nell’ospedale di Cochabamba, a pochi passi l’una dall’altra, a poche ore l’una dall’altra.
Cristina è la mamma di Dennis, il piccolo di due anni colpito, come i genitori dall’AIDS, e che vive nella casa de los niños da circa un anno. In gennaio se ne era andato il padre, ora è toccato alla mamma.
In pochi mesi, Dennis ha perso entrambe i genitori ed ora dovremo pensare insieme per il suo futuro.
Nei mesi scorsi, avevamo chiesto alla mamma di venire a vivere qui con noi, per stare con il suo bimbo, ma lei non ha mai accettato. Da dicembre non si era fatta più viva. Marcela e Gianluca sono andati spesso a cercarla, nei pressi del mercato centrale della città, ma sempre ricevevano scarne informazioni sulla sua persona.
Dalla morte del marito, abbiamo saputo oggi dai vicini, beveva e si era lasciata andare. Non prendeva le medicine per la sua malattia e questo atteggiamento è stato fatale per lei.
Cristina è in compagnia, in questo momento, dei suoi amici di strada che hanno voluto portarla con sé in questo congedo doloroso inventando una festa a modo loro tutta per lei.
Stanotte è volata in cielo la piccola Emily... Non avevamo scritto prima della sua delicata situazione di salute, precipitata inaspettatamente nell'ultima settimana, per non allarmare nessuno. I medici ci avevano dato qualche speranza ma poi non c'è stato niente da fare: una polmonite fulminante ha bloccato i suoi deboli polmoni... e non ce l'ha fatta a resistere. Un respiratore artificiale la teneva forzatamente in vita.
I medici non ci consentivano quasi di vederla, nel reparto pediatrico di unità di terapia intensiva. Meno male che ieri pomeriggio Gianluca è potuto stare con lei per oltre una mezz’oretta. Noi siamo andati a sera inoltrata per pregare davanti alla porta del suo reparto.
Poi nella notte è volata via...
Emily, pur colpita dalla leucemia, era tanto migliorata negli ultimi mesi e mai ci saremmo aspettati una ricaduta così tragica.
Emily ora è qui con noi, nel salone grande della cittadella adornato oggi con fiori bianchi, giocattoli e bellissime foto sue.
I bimbi della cittadella, alla fine della scuola, sono fuori in giardino che giocano e schiamazzano. Hanno preparato disegnini per lei...
Era una bimba a cui volevamo tantissimo bene proprio per la debolezza che l’accompagnava. Ha passato quasi tutta la sua vita in ospedale e sembrava che ormai ci fosse abituata. Ma quando era qui a casa con noi, era felicissima di andare all’asilo e aveva tutto un mondo suo di giochi e fantasie.
Se ne sono andate una mamma e una bimba... Facciamo fatica ad accettare questa volontà così dura e improvvisa..., ma -pur nel buio- anche questo dolore condividiamo.
Cristina è la mamma di Dennis, il piccolo di due anni colpito, come i genitori dall’AIDS, e che vive nella casa de los niños da circa un anno. In gennaio se ne era andato il padre, ora è toccato alla mamma.
In pochi mesi, Dennis ha perso entrambe i genitori ed ora dovremo pensare insieme per il suo futuro.
Nei mesi scorsi, avevamo chiesto alla mamma di venire a vivere qui con noi, per stare con il suo bimbo, ma lei non ha mai accettato. Da dicembre non si era fatta più viva. Marcela e Gianluca sono andati spesso a cercarla, nei pressi del mercato centrale della città, ma sempre ricevevano scarne informazioni sulla sua persona.
Dalla morte del marito, abbiamo saputo oggi dai vicini, beveva e si era lasciata andare. Non prendeva le medicine per la sua malattia e questo atteggiamento è stato fatale per lei.
Cristina è in compagnia, in questo momento, dei suoi amici di strada che hanno voluto portarla con sé in questo congedo doloroso inventando una festa a modo loro tutta per lei.
Stanotte è volata in cielo la piccola Emily... Non avevamo scritto prima della sua delicata situazione di salute, precipitata inaspettatamente nell'ultima settimana, per non allarmare nessuno. I medici ci avevano dato qualche speranza ma poi non c'è stato niente da fare: una polmonite fulminante ha bloccato i suoi deboli polmoni... e non ce l'ha fatta a resistere. Un respiratore artificiale la teneva forzatamente in vita.
I medici non ci consentivano quasi di vederla, nel reparto pediatrico di unità di terapia intensiva. Meno male che ieri pomeriggio Gianluca è potuto stare con lei per oltre una mezz’oretta. Noi siamo andati a sera inoltrata per pregare davanti alla porta del suo reparto.
Poi nella notte è volata via...
Emily, pur colpita dalla leucemia, era tanto migliorata negli ultimi mesi e mai ci saremmo aspettati una ricaduta così tragica.
Emily ora è qui con noi, nel salone grande della cittadella adornato oggi con fiori bianchi, giocattoli e bellissime foto sue.
I bimbi della cittadella, alla fine della scuola, sono fuori in giardino che giocano e schiamazzano. Hanno preparato disegnini per lei...
Era una bimba a cui volevamo tantissimo bene proprio per la debolezza che l’accompagnava. Ha passato quasi tutta la sua vita in ospedale e sembrava che ormai ci fosse abituata. Ma quando era qui a casa con noi, era felicissima di andare all’asilo e aveva tutto un mondo suo di giochi e fantasie.
Se ne sono andate una mamma e una bimba... Facciamo fatica ad accettare questa volontà così dura e improvvisa..., ma -pur nel buio- anche questo dolore condividiamo.
mercoledì 13 luglio 2011
E come regalo, una manciata di patate cotte
Qui, nella casetta de los niños, condiviamo tutto quello che abbiamo o riceviamo. Cerchiamo di non tenere niente per noi ma di far circolare tutto con la stessa generosità con cui viene dato a noi. Si tratta di un’esperienza che si rinnova con normalità ogni giorno.
Condividere tutto è una parola che entra immediatamente nel vocabolario dei nostri bimbi, anche dei più piccoli: compartir.
Questa mattina, siamo partiti -in 7 italiani!- con la camionetta carica di generi alimentari nel poco spazio rimasto libero. Siamo andati a visitare i nostri amici dell’altipiano, a Nuñumayani e a Karpani. Una giornata dal cielo splendido, nella cornice di montagne maestosamente dipinte dal bianco di neve da poco caduta, inaspettatamente in questo periodo.
E’ sempre una gioia incontrarsi con i bimbi e le famiglie dell’altipiano. Sono protagonisti di una storia parallela, di un mondo che esce dagli schemi a noi conosciuti. Sono un tesoro di umanità fresca e innocente che ritempra lo spirito.
Siamo fortunati perché anche questi amici dell’altipiano formano parte della bella e originale tribù della casa de los niños.
Arrivati davanti alla scuola materna del primo villaggio, piano piano si radunano ordinatamente -a gruppetti- bambini, mamme e adulti. Per ogni famiglia si distribuiscono i viveri. Nessuno si lamenta, nessuno fa ressa, anche se non riusciamo a scambiare molte parole per via della incomunicabilità della loro difficile lingua.
Si svuotano man mano i cartoni dei viveri, ma allo stesso tempo, dai cappelli, dai grembiuli, dagli aguayos (teli colorati tipici) di bimbi e adultil si riversano in quegli stessi cartoni provviste di patate, le ultime dell’anno perché siamo in inverno e non ci sarà raccolto sino alla prossima primavera.
Queste patate –pur piccole- sono dunque un tesoro perché sono praticamente il principale e quasi unico alimento della gente del villaggio e devono durare per vari mesi ancora. Ma vengono condivise, senza calcoli, senza manovre di statistiche economiche o preventivi di riserve.
Ed è così che noi vediamo svuotarsi i nostri cartoni e li rivediamo riempirsi del frutto di quei campi arrampicati verso il cielo, tanto sono alti e impervi.
E’ la generosità che va e che viene, è il grazie reciproco che va e che viene.
E’ la nuova legge economica dettata dall’amore e dalla condivisione piena.
Mentre ci prepariamo per ripartire verso casa, arriva dai campi una signora anziana, non sapremmo mai identificare la sua età. Si avvicina alla macchina e comincia a parlarci nella sua lingua incomprensibile. Ma capiamo lo stesso perché siamo andati lì dove ci portava il cuore. Apre anche lei il suo aguayo e riversa nelle nostre mani una manciata di patate cotte sotto la terra, meno di una decina. Ma lo fa con determinazione, nossa da una forte spinta interiore.
Quella manciata di patate cotte sotto la terra, se lo pensiamo bene, è un dono immenso, che non ha prezzo.
Quelle patate sono il vincolo della generosità senza confini che ci unisce, che unisce il sud del mondo con il nord, che sigilla una fraternità vera che spazza via tutto ciò che è artificiale o razionalizzato.
Sotto questo cielo di un azzurro straordinario, in mezzo a questi campi impervi irrigati da secoli dal sudore dei poveri, questo pomeriggio abbiamo assistito nuovamente alla realizzazione del sogno iscritto nel cuore dell’umanità: che è possibile incontarsi, che siamo fatti per incontrarci e donarci gli uni agli altri, dando tutto di sé.
Dal silenzio maestoso di queste quote riprendiamo la strada verso la città felici perché ci siamo ritrovati con questi che sembrano sprazzi di una umanità umile e insignificante, ma che nel fondo è quella che continua a dare una spinta decisiva al movimento positivo dell’universo.
... e proprio stasera la luna splende piena nel cielo...
Condividere tutto è una parola che entra immediatamente nel vocabolario dei nostri bimbi, anche dei più piccoli: compartir.
Questa mattina, siamo partiti -in 7 italiani!- con la camionetta carica di generi alimentari nel poco spazio rimasto libero. Siamo andati a visitare i nostri amici dell’altipiano, a Nuñumayani e a Karpani. Una giornata dal cielo splendido, nella cornice di montagne maestosamente dipinte dal bianco di neve da poco caduta, inaspettatamente in questo periodo.
E’ sempre una gioia incontrarsi con i bimbi e le famiglie dell’altipiano. Sono protagonisti di una storia parallela, di un mondo che esce dagli schemi a noi conosciuti. Sono un tesoro di umanità fresca e innocente che ritempra lo spirito.
Siamo fortunati perché anche questi amici dell’altipiano formano parte della bella e originale tribù della casa de los niños.
Arrivati davanti alla scuola materna del primo villaggio, piano piano si radunano ordinatamente -a gruppetti- bambini, mamme e adulti. Per ogni famiglia si distribuiscono i viveri. Nessuno si lamenta, nessuno fa ressa, anche se non riusciamo a scambiare molte parole per via della incomunicabilità della loro difficile lingua.
Si svuotano man mano i cartoni dei viveri, ma allo stesso tempo, dai cappelli, dai grembiuli, dagli aguayos (teli colorati tipici) di bimbi e adultil si riversano in quegli stessi cartoni provviste di patate, le ultime dell’anno perché siamo in inverno e non ci sarà raccolto sino alla prossima primavera.
Queste patate –pur piccole- sono dunque un tesoro perché sono praticamente il principale e quasi unico alimento della gente del villaggio e devono durare per vari mesi ancora. Ma vengono condivise, senza calcoli, senza manovre di statistiche economiche o preventivi di riserve.
Ed è così che noi vediamo svuotarsi i nostri cartoni e li rivediamo riempirsi del frutto di quei campi arrampicati verso il cielo, tanto sono alti e impervi.
E’ la generosità che va e che viene, è il grazie reciproco che va e che viene.
E’ la nuova legge economica dettata dall’amore e dalla condivisione piena.
Mentre ci prepariamo per ripartire verso casa, arriva dai campi una signora anziana, non sapremmo mai identificare la sua età. Si avvicina alla macchina e comincia a parlarci nella sua lingua incomprensibile. Ma capiamo lo stesso perché siamo andati lì dove ci portava il cuore. Apre anche lei il suo aguayo e riversa nelle nostre mani una manciata di patate cotte sotto la terra, meno di una decina. Ma lo fa con determinazione, nossa da una forte spinta interiore.
Quella manciata di patate cotte sotto la terra, se lo pensiamo bene, è un dono immenso, che non ha prezzo.
Quelle patate sono il vincolo della generosità senza confini che ci unisce, che unisce il sud del mondo con il nord, che sigilla una fraternità vera che spazza via tutto ciò che è artificiale o razionalizzato.
Sotto questo cielo di un azzurro straordinario, in mezzo a questi campi impervi irrigati da secoli dal sudore dei poveri, questo pomeriggio abbiamo assistito nuovamente alla realizzazione del sogno iscritto nel cuore dell’umanità: che è possibile incontarsi, che siamo fatti per incontrarci e donarci gli uni agli altri, dando tutto di sé.
Dal silenzio maestoso di queste quote riprendiamo la strada verso la città felici perché ci siamo ritrovati con questi che sembrano sprazzi di una umanità umile e insignificante, ma che nel fondo è quella che continua a dare una spinta decisiva al movimento positivo dell’universo.
... e proprio stasera la luna splende piena nel cielo...
Etichette:
altipiano,
camionetta,
cielo,
condividere,
generosità,
karpani,
normalita,
nunumajani,
patate
domenica 23 gennaio 2011
Da queste parti sembra che il Natale non finisca mai
Da queste parti sembra che il Natale non finisca mai. In questo senso, consiglio a tutti di leggere i bellissimi e simpaticissimi aggiornamenti sui Natali1,2,3,4,5 scritti da Gianluca (l’amico di Salerno che –con Alessandra- da tre mesi è qui con noi per portare avanti la casa dei bambini) nel blog: “unannosenzainverno.com”.
Giovedì scorso abbiamo festeggiato il Natale n° 6 con gli amici di Karpani, a 4.000 metri, prima non era stato possibile per via del maltempo e contrattempi vari.
Un Natale a Karpani –anche se con grande ritardo- è un’esperienza che sarebbe bello fare insieme. Una giornata semplicissima, con una cinquantina di amici timidi, di poche parole, che aspettano sempre con affetto –e con vestiti da festa- la nostra visita.
Anche questa volta, le donne e le bimbe non erano tutte presenti perchè fuori, nei prati, a pascolare le pecore che devono mangiare anche il “giorno di Natale”. Celestina, furbetta, si è portata da casa le pecore fino al luogo dell’incontro per cui non si è certo persa il nostro arrivo, lei che è come una figlia speciale per noi. E così abbiamo potuto riabbracciarla.
Spero che le cose simpatiche di questo Natale le metta per iscritto Gianluca.
Io vorrei soffermarmi un poco solo su un piccolo particolare. Quando, alla fine del pranzo, ci siamo diretti su, verso la macchina, per distribuire i regali, ero accompagnato dai bambini. Loro non fanno fatica a camminare a quelle altezze per cui mi hanno superato facilmente. Lo sforzo della salita, invece, mi ha obbligato a piegare lo sguardo verso il basso perchè non ce la facevo proprio a tenere la testa ritta anche se il cielo, in quel momento, e le rocce attorno erano affascinanti.
E allora sono rimasto nuovamente sorpreso dai sandali dei bambini, quelli stessi di cui scrissi due anni fa quando arrivò Celestina alla nostra casa. La stanchezza mi permetteva vedere solamente una rassegna di sandali neri, tirati fuori con maestria dai copertoni delle gomme, e i piedini duri come cortecce di quei bimbi. Senza quei sandali poverissimi, riciclo dell’opulenza e degli sprechi, nessuno di loro potrebbe camminare sicuro su quei sentieri, o rincorrere veloce le pecore nei prati. Anche nella nostra cittadella tanti amici portano ancora quei sandali, segno della loro provenienza e simbolo della loro storia, di gente povera, pur con una casa nuova.
I bimbi di Karpani cresceranno con quei sandali ai piedi: sono il loro legame con la terra, una terra dura, piena di sassi e di sofferenze ma a cui loro sanno sorridere perchè hanno imparato ad essere riconoscenti del poco ricevuto ma che per loro è tutto: un fazzoletto di terra che produce a stento patate e grano e che, nei mesi di pioggia, riesce a dare un poco d’erba a pecore e lama.
Ma se ci pensiamo bene, quei sandali sono anche il loro legame con il cielo. Ho capito, infatti, che tutti noi appoggiamo la suola delle nostre scarpe sulla terra ma da lì in su, da nostri piedi in su, tutto il nostro essere si muove nel cielo. Ho capito che quando camminiamo, con il sudore in fronte o con il sorriso sul volto, noi siamo più in cielo che in terra, o meglio, facciamo dei passi fra terra e cielo.
Quei sandali neri mi hanno rimesso nel cuore la semplicità della vita, dello scorrere dei nostri giorni nella dimensione dell’infinito e dell’essenziale, nel regno della riconoscenza e della fratellanza.
Grazie alla generosità dei tanti amici nostri, anche di tanti bambini, abbiamo restituito qualcosa –come regalo- ai bimbi e alle famiglie di Karpani. Siamo sicuri che hanno assaporato la gioia del Natale vissuto in amicizia.
Con quei loro sandalini neri, i bimbi di Karpani non lo sanno, ma hanno fatto un salto verso tutti noi regalandoci l’emozione di un abbraccio tra cielo e terra.
Giovedì scorso abbiamo festeggiato il Natale n° 6 con gli amici di Karpani, a 4.000 metri, prima non era stato possibile per via del maltempo e contrattempi vari.
Un Natale a Karpani –anche se con grande ritardo- è un’esperienza che sarebbe bello fare insieme. Una giornata semplicissima, con una cinquantina di amici timidi, di poche parole, che aspettano sempre con affetto –e con vestiti da festa- la nostra visita.
Anche questa volta, le donne e le bimbe non erano tutte presenti perchè fuori, nei prati, a pascolare le pecore che devono mangiare anche il “giorno di Natale”. Celestina, furbetta, si è portata da casa le pecore fino al luogo dell’incontro per cui non si è certo persa il nostro arrivo, lei che è come una figlia speciale per noi. E così abbiamo potuto riabbracciarla.
Spero che le cose simpatiche di questo Natale le metta per iscritto Gianluca.
Io vorrei soffermarmi un poco solo su un piccolo particolare. Quando, alla fine del pranzo, ci siamo diretti su, verso la macchina, per distribuire i regali, ero accompagnato dai bambini. Loro non fanno fatica a camminare a quelle altezze per cui mi hanno superato facilmente. Lo sforzo della salita, invece, mi ha obbligato a piegare lo sguardo verso il basso perchè non ce la facevo proprio a tenere la testa ritta anche se il cielo, in quel momento, e le rocce attorno erano affascinanti.
E allora sono rimasto nuovamente sorpreso dai sandali dei bambini, quelli stessi di cui scrissi due anni fa quando arrivò Celestina alla nostra casa. La stanchezza mi permetteva vedere solamente una rassegna di sandali neri, tirati fuori con maestria dai copertoni delle gomme, e i piedini duri come cortecce di quei bimbi. Senza quei sandali poverissimi, riciclo dell’opulenza e degli sprechi, nessuno di loro potrebbe camminare sicuro su quei sentieri, o rincorrere veloce le pecore nei prati. Anche nella nostra cittadella tanti amici portano ancora quei sandali, segno della loro provenienza e simbolo della loro storia, di gente povera, pur con una casa nuova.
I bimbi di Karpani cresceranno con quei sandali ai piedi: sono il loro legame con la terra, una terra dura, piena di sassi e di sofferenze ma a cui loro sanno sorridere perchè hanno imparato ad essere riconoscenti del poco ricevuto ma che per loro è tutto: un fazzoletto di terra che produce a stento patate e grano e che, nei mesi di pioggia, riesce a dare un poco d’erba a pecore e lama.
Ma se ci pensiamo bene, quei sandali sono anche il loro legame con il cielo. Ho capito, infatti, che tutti noi appoggiamo la suola delle nostre scarpe sulla terra ma da lì in su, da nostri piedi in su, tutto il nostro essere si muove nel cielo. Ho capito che quando camminiamo, con il sudore in fronte o con il sorriso sul volto, noi siamo più in cielo che in terra, o meglio, facciamo dei passi fra terra e cielo.
Quei sandali neri mi hanno rimesso nel cuore la semplicità della vita, dello scorrere dei nostri giorni nella dimensione dell’infinito e dell’essenziale, nel regno della riconoscenza e della fratellanza.
Grazie alla generosità dei tanti amici nostri, anche di tanti bambini, abbiamo restituito qualcosa –come regalo- ai bimbi e alle famiglie di Karpani. Siamo sicuri che hanno assaporato la gioia del Natale vissuto in amicizia.
Con quei loro sandalini neri, i bimbi di Karpani non lo sanno, ma hanno fatto un salto verso tutti noi regalandoci l’emozione di un abbraccio tra cielo e terra.
venerdì 9 ottobre 2009
daniel
Carissimi e carissime! Ringraziamo di cuore per tutto l'affetto che ci avete comunicato al ricevere la notizia dell'arrivo di Daniel nella nostra casa, ieri pomeriggio. Si sente che siamo davvero una famiglia unica sparsa nel mondo, e questo è un regalo immenso!
Questa notte, il piccolo Daniel è volato in cielo, per raggiungere Toño, Paola, David, Zaida, Luciano, Marina e tutti i nostri che in qualche modo questa nostra casa ha unito. E' volato circondato dall'amore di tutti noi, l'unica cosa che potevamo offrirgli, quella vera.
Stavamo preparando il suo latte e lui con gli occhi aperti ci ha guardati come a volerci salutare. Ora, con la sua mamma presente, con tutti i bimbi della scuola e con tutte le famiglia, nel mezzo del nostro villaggio, andremo a salutarlo e a ringraziarlo, anche a nome vostro che l'avete conosciuto solo per foto, un attimo prima della sua partenza per il cielo.
Noi siamo felici, pur nel dolore. Ringraziamo Daniel di averci regalato questi ultimi istanti della sua vita nel cuore della nostra casa, nel cuore del nostro villaggio, nel cuore delle nostre intenzioni che sono solo di bene per tanti.
Lui rimane con noi! Siamo proprio una bella famiglia!
Un abbraccio forte, forte a tutti e tutte.
Ari con tutti e tutte del villaggio arcobaleno e della casetta de los niños
Questa notte, il piccolo Daniel è volato in cielo, per raggiungere Toño, Paola, David, Zaida, Luciano, Marina e tutti i nostri che in qualche modo questa nostra casa ha unito. E' volato circondato dall'amore di tutti noi, l'unica cosa che potevamo offrirgli, quella vera.
Stavamo preparando il suo latte e lui con gli occhi aperti ci ha guardati come a volerci salutare. Ora, con la sua mamma presente, con tutti i bimbi della scuola e con tutte le famiglia, nel mezzo del nostro villaggio, andremo a salutarlo e a ringraziarlo, anche a nome vostro che l'avete conosciuto solo per foto, un attimo prima della sua partenza per il cielo.
Noi siamo felici, pur nel dolore. Ringraziamo Daniel di averci regalato questi ultimi istanti della sua vita nel cuore della nostra casa, nel cuore del nostro villaggio, nel cuore delle nostre intenzioni che sono solo di bene per tanti.
Lui rimane con noi! Siamo proprio una bella famiglia!
Un abbraccio forte, forte a tutti e tutte.
Ari con tutti e tutte del villaggio arcobaleno e della casetta de los niños
sabato 27 settembre 2008
3 mesi dalla partenza di Antonio
Da tempo desidero mettere giú qualche pensiero su Antonio, ma non sono mai riuscito a terminare una pagina intera. Sono troppi gli aspetti di questi anni condivisi insieme, e troppa l’angoscia che mi attanaglia ancora.
C’é una foto di Antonio che é rimasta nella nostra cucina e c’é una foto di lui nella nostra cappellina. C’é il ricordo dei suoi passi furtivi, in ogni angolo della nostra casa. Lui sempre desiderava una casa di due piani, chissá perché..., e qui aveva la sua stanzetta al secondo piano, contento, forse a ricordo dei suoi anni trascorsi sugli alberi del centro della cittá o in quella grande cisterna di acqua, vuota, che campeggiava di fianco a un giardino e da cui poteva dominare il panorama della cittá ai suoi piedi. In quella cisterna, una volta, trovai un pezzo intero di formaggio grana, scomparso misteriosamente dal frigorifero di casa...
Riprendo alcune stralci scritti a suo tempo.
Grazie ancora, Toño, e scusaci se tante volte ti abbiamo fatto arrabbiare, ma tanto tu sapevi che ti volevamo bene lo stesso!
C’é una foto di Antonio che é rimasta nella nostra cucina e c’é una foto di lui nella nostra cappellina. C’é il ricordo dei suoi passi furtivi, in ogni angolo della nostra casa. Lui sempre desiderava una casa di due piani, chissá perché..., e qui aveva la sua stanzetta al secondo piano, contento, forse a ricordo dei suoi anni trascorsi sugli alberi del centro della cittá o in quella grande cisterna di acqua, vuota, che campeggiava di fianco a un giardino e da cui poteva dominare il panorama della cittá ai suoi piedi. In quella cisterna, una volta, trovai un pezzo intero di formaggio grana, scomparso misteriosamente dal frigorifero di casa...
Riprendo alcune stralci scritti a suo tempo.
22 giugno: i segreti di Antonio…
Prima di tutto vorrei ringraziare ognuno per il grande affetto dimostrato nei confronti nostri e di Antonio. Ringrazio anche perché –grazie alle parole e al ricordo vostro- sono stato aiutato a ricordare, cioé a “rimettere nel cuore” tanti aspetti ed episodi della vita di Toño che hanno segnato il suo passaggio tra di noi in questi anni. Lui é stato presente in ognuna delle nostre casette e ha visto lo svilupparsi del nostro sogno...
In questi giorni sto mettendo in ordine la sua stanza, a dire il vero, non sono corrette le parole “mettere in ordine” perché come sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto, non c’era bambino/ragazzino piú ordinato di lui. Dovrei imparare pure io da lui e dovrebbero vedere la sua stanza Jhonatan e Gustavo... come a suo tempo indicavamo a Giovanna e Roxana... Non c’é cosa fuori posto.
... disfare il suo letto..., tirar fuori dall’armadio i suoi vestiti..., scoprire i suoi tesori che tanto hanno contraddistinto la sua personalitá cosí contraddittoria...
Cerco di leggere nella sua stanza la sintesi di una vita breve, dura, misteriosa ma tanto interessante... Forse si potrá incluso leggere quanto scrissi su di lui nei primi tempi del suo arrivo. Vedere le sue foto, dal suo arrivo sino ad ora, anche se lui si é sempre dimostrato schivo nel farsi fotografare... Tanti cambiamenti che hanno segnato questi quasi 5 anni che abbiamo condiviso insieme.
15 luglio
Ho messo in ordine le sue cose e ho liberato la sua stanza, finalmente. C’é la maglia del Milan e c’é pure quella dell’Italia campione del mondo, che sono state regalate da voi e dagli amici di Massa, e che lui portava con tanto orgoglio. Sperava, un giorno, conoscere l’Italia...
Ci sono le foto e le letterine che riceveva da Ivana, che fu la prima che volle farsene carico, insieme alla mamma Alba. C’é un puzzle, intatto, che gli regaló una nostra amica il giorno del suo compleanno, con 300 pezzi, che lui riusciva a mettere insieme anche al rovescio. Ci sono i suoi libri da disegno che ogni anno voi gli mandavate e che lui tirava fuori nei
momenti di maggior serenitá, e che dipingeva con una precisione impressionante, e mi teneva lí ore e ore perché gli indicassi bene a quale colore corrispondeva ogni disegnino. Ho trovato pure le riviste italiane che metteva insieme ad ogni viaggio degli amici di Tressano: in un anno ha finito di leggere in italiano “4 Ruote” e ad ogni parola che non comprendeva, veniva giú a chiedermene il significato. C’é il suo quaderno di scuola, senza una sbavatura, senza un errore di grammatica... Ci sono le scarpe da ginnastica nuove regalategli a Natale da Luciana, Grazia e famiglia, con ancora dentro il cartoccio per mantenerne la forma e che lui non voleva spianare per non sporcarle... Infatti, quando si metteva un paio di scarpe nuove, camminava in punta di piedi per non alzare polvere dal suolo. Ci sono i suoi vestiti, le sue famose giacche piene di tasche, tutto piegato a modo e sistemato a dovere negli attacapanni e nei cassetti. C’é il suo maialino/salvadanaio, pieno di monetine, che invano cercavano di rubargli Jhonatan e Gustavo, perché ben custodito, lontano da mani avide. Lo regalaremo alla sua sorellina Sonia. Ci sono i suoi legnetti, intarsiati ed incisi, con i nomi di tanti amici, con il nome della nostra casetta, il suo traforo, i suoi colori, i regali di compleanno, ancora incartati, accumulati anno dopo anno nell’armadio, i palloni sotto il letto, le sue radioline, due ruote di pattini con cui giocava con i bambini piccoli ai giardini pubblici. Ci sono gli orologi e le calcolatrici, il suo diario, comprato con i risparmi dei sui lavoretti. Ci sono le foglie secce di jacarandá, su cui disegnava con estrema bravura, con le lenti di ingrandimento, i nomi di tutti noi...
Di tutti questi tesori segreti potremo un giorno farne un piccolo museo, per ricordare per sempre la sua vita tra di noi.
19 settembre
Nella sua stanza c’é lui, che si addormentava alla 8 di sera e voleva essere svegliato alle 7 di mattina in punto. Ricordo adesso, i primi mesi, dal suo arrivo, quando voleva essere preso per mano, quando andvamo insieme in cittá...
Prenderci per mano, nonostante i nostri caratteri schivi, mi fa pensare alla nostra vita, all’esperienza della nostra casetta che é un prenderci per mano, che é un prendere per mano chi ci é stato affidato finché un giorno ci ritroveremo tutti a darci la mano per giocare a “giro giro tondo”, nel Cielo.
Toño ci prenda per mano in questa avventura -grande, bella, dura, faticosa, affascinante, assurda, incoscente- della costruzione di questa cittadella arcobaleno –con al cuore la casetta dei bambini- che vuole essere un sogno di bene per tanti, per tanti a cui vogliamo dare la nostra mano per camminare insieme e accompagnarci in questo sogno un po’ pazzo di una fraternità vera e umile.
Grazie ancora, Toño, e scusaci se tante volte ti abbiamo fatto arrabbiare, ma tanto tu sapevi che ti volevamo bene lo stesso!
giovedì 19 giugno 2008
Toño
19 giugno casa dei bambini....
Carissimi, mi dispiace dover scrivere.... e dover condividere con voi anche questi momenti difficili e di cui non riusciamo ancora a capire il senso profondo e vero....
Stamattina dovevamo portare Toño a una visita medica perché negli ultimi giorni la sua situazione di salute (mentale) era peggiorata e avevamo programmato con i nostri medici una sua degenza in ospedale. Per questo motivo, e anche perché era diventato molto violento nelle ultime settimane, da lunedí era rientrato presso la sua famiglia.
Quando siamo arrivati a casa sua, alle 9, insieme ad Emilio e al Padre Antonio, l'abbiamo trovato a letto immobile... Era andato in Cielo, durante la notte, improvvisamente....
Non so spiegare e non so tirare fuori le parole giuste....
Mi/ci dispiace tanto e non eravamo preparati....
Da quasi 5 anni condividevamo la stessa casa e la stessa vita, con alti e bassi, ma con lo stesso desiderio di bene per lui, scappato dai genitori quando era piccolissimo e cercando di essere per lui una famiglia vera che l'accettava cosí com'era....
Gesú se l'é strappato per sé...
Toño era nel cuore di tutti quanti l'hanno conosciuto proprio per la sua diversitá e originalitá. Tanti di voi avranno un ricordo suo, bello e originale come lui, con il nome stampato sul seme secco dell'albero del nostro giardino...
Conserviamo insieme questo regalo con la certezza di poter riabbracciare Toño, tutti insieme, con gioia, in Cielo.
Vi abbraccio e vi ringrazio, pur con le lacrime agli occhi.
Ari
Carissimi, mi dispiace dover scrivere.... e dover condividere con voi anche questi momenti difficili e di cui non riusciamo ancora a capire il senso profondo e vero....
Stamattina dovevamo portare Toño a una visita medica perché negli ultimi giorni la sua situazione di salute (mentale) era peggiorata e avevamo programmato con i nostri medici una sua degenza in ospedale. Per questo motivo, e anche perché era diventato molto violento nelle ultime settimane, da lunedí era rientrato presso la sua famiglia.
Quando siamo arrivati a casa sua, alle 9, insieme ad Emilio e al Padre Antonio, l'abbiamo trovato a letto immobile... Era andato in Cielo, durante la notte, improvvisamente....
Non so spiegare e non so tirare fuori le parole giuste....
Mi/ci dispiace tanto e non eravamo preparati....
Da quasi 5 anni condividevamo la stessa casa e la stessa vita, con alti e bassi, ma con lo stesso desiderio di bene per lui, scappato dai genitori quando era piccolissimo e cercando di essere per lui una famiglia vera che l'accettava cosí com'era....
Gesú se l'é strappato per sé...
Toño era nel cuore di tutti quanti l'hanno conosciuto proprio per la sua diversitá e originalitá. Tanti di voi avranno un ricordo suo, bello e originale come lui, con il nome stampato sul seme secco dell'albero del nostro giardino...
Conserviamo insieme questo regalo con la certezza di poter riabbracciare Toño, tutti insieme, con gioia, in Cielo.
Vi abbraccio e vi ringrazio, pur con le lacrime agli occhi.
Ari
mercoledì 7 maggio 2008
grazie paola
Casa dei bambini, 7 maggio 2008
In questa nostra casa abbiamo sinora accompagnato bambini o ragazzini con il sogno di un futuro bello per loro. Lo esprime molto bene María René al mattino, quando, appena sveglia, mi dice: “Nos hemos despertado alegres esta mañana, no ve? (Ci siamo svegliati contenti questa mattina, vero?)”.
Da oltre una settimana mi sveglio con il dubbio sullo stato di salute di Paola, la mammina di 23 anni che abbiamo accolto insieme ai suoi due piccoli perché lei, ammalata terminale di AIDS, ha voluto stare accanto ai suoi figli, fuori dall’ospedale, per vivere gli ultimi istanti vicino a loro.
In 10 giorni ha perso 8 chili e ora ne pesa 28. Si alza solo una volta al giorno dal suo letto che abbiamo preparato nella stanza di sotto, di fronte al televisore, ma non riesce a tenersi in piedi da sola. Ieri mattina ha ricevuto dal nostro parroco l’olio sacro degli ammalati, e la si vede piú serena, anche se non dice quasi una parola.
Mi incarico di cambiarla e pulirla, oltre a prepararle i brodini di pollo che in qualche modo la sostengono. Ogni mattina riceve la comunione e si fa il segno della croce.
Nel pomeriggio di oggi mi ha stupito perché l’ho sorpresa a cantare in karaoke davanti al televisore. Stasera, invece, era molto sofferente perché lo stare sdraiata le provoca piaghe e forti dolori alla schiena. Mi sono seduto sul suo letto e ho cominciato a massaggiarle le spalle. Tutto é dolore in lei. Il suo sembra il corpo flagellato di Gesú, ma il fatto che qualcuno si sieda accanto e la frizioni, la tiene sollevata, e chiude gli occhi assopita e serena.
Oggi pensavo che la nostra vita, la vita di ognuno di noi, é segnata da cose belle, che sono i sogni, gli atti dettati dall’amore, e da cose meno belle, che sono i dolori, le mancanze, gli errori. Tutti facciamo ogni giorno questa esperienza e, siccome ci tocca sul vivo del nostro essere, dovremmo imparare a non giudicare nessuno perché non siamo migliori di nessuno.
Stasera pensavo che sono fortunato perché Paola mi ricorda, nel suo estremo tentativo di afferrarsi alla vita, nella sua lotta dura per arrivare al Cielo, che non c’é tempo da perdere e che il senso vero del mio essere qui si concentra in quei delicati massaggi sul suo corpo martirizzato dalle piaghe di una malattia crudele.
Grazie, Paola, grazie bimbi!
In questa nostra casa abbiamo sinora accompagnato bambini o ragazzini con il sogno di un futuro bello per loro. Lo esprime molto bene María René al mattino, quando, appena sveglia, mi dice: “Nos hemos despertado alegres esta mañana, no ve? (Ci siamo svegliati contenti questa mattina, vero?)”.
Da oltre una settimana mi sveglio con il dubbio sullo stato di salute di Paola, la mammina di 23 anni che abbiamo accolto insieme ai suoi due piccoli perché lei, ammalata terminale di AIDS, ha voluto stare accanto ai suoi figli, fuori dall’ospedale, per vivere gli ultimi istanti vicino a loro.
In 10 giorni ha perso 8 chili e ora ne pesa 28. Si alza solo una volta al giorno dal suo letto che abbiamo preparato nella stanza di sotto, di fronte al televisore, ma non riesce a tenersi in piedi da sola. Ieri mattina ha ricevuto dal nostro parroco l’olio sacro degli ammalati, e la si vede piú serena, anche se non dice quasi una parola.
Mi incarico di cambiarla e pulirla, oltre a prepararle i brodini di pollo che in qualche modo la sostengono. Ogni mattina riceve la comunione e si fa il segno della croce.
Nel pomeriggio di oggi mi ha stupito perché l’ho sorpresa a cantare in karaoke davanti al televisore. Stasera, invece, era molto sofferente perché lo stare sdraiata le provoca piaghe e forti dolori alla schiena. Mi sono seduto sul suo letto e ho cominciato a massaggiarle le spalle. Tutto é dolore in lei. Il suo sembra il corpo flagellato di Gesú, ma il fatto che qualcuno si sieda accanto e la frizioni, la tiene sollevata, e chiude gli occhi assopita e serena.
Oggi pensavo che la nostra vita, la vita di ognuno di noi, é segnata da cose belle, che sono i sogni, gli atti dettati dall’amore, e da cose meno belle, che sono i dolori, le mancanze, gli errori. Tutti facciamo ogni giorno questa esperienza e, siccome ci tocca sul vivo del nostro essere, dovremmo imparare a non giudicare nessuno perché non siamo migliori di nessuno.
Stasera pensavo che sono fortunato perché Paola mi ricorda, nel suo estremo tentativo di afferrarsi alla vita, nella sua lotta dura per arrivare al Cielo, che non c’é tempo da perdere e che il senso vero del mio essere qui si concentra in quei delicati massaggi sul suo corpo martirizzato dalle piaghe di una malattia crudele.
Grazie, Paola, grazie bimbi!
martedì 11 marzo 2008
mamma sebastian
Questo pomeriggio sono venute la sorella e la nonna di Sebastian per avvisarci che la mamma non ha retto e venerdí scorso é volata in cielo, da sola nel suo paesino dell'altipiano...., probabilmente per un edema polmonare...
Ci eravamo incontrati due settimane fa in ospedale per gli esami suoi e dei bimbi, ma poi lei non aveva voluto farsi ricoverare e si é recata al suo paesino, ormai senza speranza. Credo che il dolore piú grande per lei era il fatto che il marito l'aveva lasciata per un'altra. Infatti, il papá di Sebastian é venuto a trovarlo anche domenica scorsa insieme ad un'altra signora...
La sorella (la nonna non parla lo spagnolo) ci ha pregati di continuare a tenere il nipotino e di non affidarlo mai al papá anche perché lui, tempo addietro, aveva cercato di fargli del male. Nessuno degli altri zii potrá farsi carico del bambino per cui adesso lui rimarrá definitivamente con noi. Domani festeggeremo un anno dalla sua venuta qui a casa, lo stesso giorno di Manuel.
Sebastian non saprá della mamma... Noi porteremo per lui, nel cuore, questo dolore grande, che ci ha sconvolti e sorpresi...
La ricordiamo insieme!
Ari e bimbi
Ci eravamo incontrati due settimane fa in ospedale per gli esami suoi e dei bimbi, ma poi lei non aveva voluto farsi ricoverare e si é recata al suo paesino, ormai senza speranza. Credo che il dolore piú grande per lei era il fatto che il marito l'aveva lasciata per un'altra. Infatti, il papá di Sebastian é venuto a trovarlo anche domenica scorsa insieme ad un'altra signora...
La sorella (la nonna non parla lo spagnolo) ci ha pregati di continuare a tenere il nipotino e di non affidarlo mai al papá anche perché lui, tempo addietro, aveva cercato di fargli del male. Nessuno degli altri zii potrá farsi carico del bambino per cui adesso lui rimarrá definitivamente con noi. Domani festeggeremo un anno dalla sua venuta qui a casa, lo stesso giorno di Manuel.
Sebastian non saprá della mamma... Noi porteremo per lui, nel cuore, questo dolore grande, che ci ha sconvolti e sorpresi...
La ricordiamo insieme!
Ari e bimbi
martedì 29 maggio 2007
abbiamo già fatto il cielo
"Abbiamo giá fatto il cielo!"
E' stato il grido di gioia di Betty quando stasera ho aperto la nuova stanza giochi dei bambini, stanza che lei sta disegnando e pitturando insieme a Pino. E bisogna tener presente che lo fanno nei momenti liberi della giornata.
Sono rimasto impressionato da questa semplice frase mentre contemplavo con ammirazione e soddisfazione le volute di azzurro che ora fanno da sfondo alle quattro pareti della stanza.
"Abbiamo già fatto il cielo". Ritrovo in questa semplice frase il senso profondo di ammirazione che traspare dai primi capitoli della Bibbia quando Dio, al termine di ogni giornata del suo lavoro, diceva a se stesso che tutto quanto aveva creato quel giorno "era buono".
Mi viene come da dire che qui, in questa casetta dei bambini, possiamo fare persino il cielo o, detto in un altro modo, possiamo farci avvolgere dal cielo. Il contatto quotidiano con i bambini, con questi bambini un po' speciali, toccati dalla malattia, segnati da tante situazioni drammatiche, ma che ti abbracciano, ti baciano, che corrono o "miagolano" per farsi coccolare, ci fa sperimentare una protezione speciale del cielo, ci trascina in una dimensione che ha il sapore del divino.
"Abbiamo già fatto il cielo". E' un pezzo di casetta che si è costruito oggi, una pennellata di bellezza che rimane a sigillare il contributo di ognuno di noi che crediamo in questo sogno. Sì, perché insieme a chi fa il cielo c'è pure chi fa i cappelletti, chi fa i disegni, chi fa le commedie, chi fa il postino, chi fa il tifo, chi fa i progetti, chi fa la blog, chi fa le mandorle atterrate, chi si scervella per trovare sponsor, chi cuce, chi soffre in silenzio, chi dona il proprio tempo, chi...
Presto manderemo le foto del cielo, dei prati, dei ruscelli, degli animaletti che sorridono e dei nostri bimbi stupiti che potranno godere di questo paradiso...
E' stato il grido di gioia di Betty quando stasera ho aperto la nuova stanza giochi dei bambini, stanza che lei sta disegnando e pitturando insieme a Pino. E bisogna tener presente che lo fanno nei momenti liberi della giornata.
Sono rimasto impressionato da questa semplice frase mentre contemplavo con ammirazione e soddisfazione le volute di azzurro che ora fanno da sfondo alle quattro pareti della stanza.
"Abbiamo già fatto il cielo". Ritrovo in questa semplice frase il senso profondo di ammirazione che traspare dai primi capitoli della Bibbia quando Dio, al termine di ogni giornata del suo lavoro, diceva a se stesso che tutto quanto aveva creato quel giorno "era buono".
Mi viene come da dire che qui, in questa casetta dei bambini, possiamo fare persino il cielo o, detto in un altro modo, possiamo farci avvolgere dal cielo. Il contatto quotidiano con i bambini, con questi bambini un po' speciali, toccati dalla malattia, segnati da tante situazioni drammatiche, ma che ti abbracciano, ti baciano, che corrono o "miagolano" per farsi coccolare, ci fa sperimentare una protezione speciale del cielo, ci trascina in una dimensione che ha il sapore del divino.
"Abbiamo già fatto il cielo". E' un pezzo di casetta che si è costruito oggi, una pennellata di bellezza che rimane a sigillare il contributo di ognuno di noi che crediamo in questo sogno. Sì, perché insieme a chi fa il cielo c'è pure chi fa i cappelletti, chi fa i disegni, chi fa le commedie, chi fa il postino, chi fa il tifo, chi fa i progetti, chi fa la blog, chi fa le mandorle atterrate, chi si scervella per trovare sponsor, chi cuce, chi soffre in silenzio, chi dona il proprio tempo, chi...
Presto manderemo le foto del cielo, dei prati, dei ruscelli, degli animaletti che sorridono e dei nostri bimbi stupiti che potranno godere di questo paradiso...
giovedì 1 marzo 2007
dopo le feste di compleanno
Ciao!
Dopo le "feste" di compleanno, con gli auguri belli e graditissimi che ho ricevuto da parte di tanti, la vita riprende intensa, con un temporale terribile, ieri pomeriggio che ha inondato tutto il corridoio del piano terra, arginato, come potevamo, con stracci e bidoni. Ma la casa ha resistito, ed anche noi! Mentre eravamo sotto la grandine, é arrivata una macchina piena di viveri per i nostri bimbi, come caduta anche quella inaspettata dal cielo. Cosí possiamo distribuire e condividere. In questo periodo é difficile il rifornimento visto che le strade per Santa Cruz sono interrotte e lo saranno per un buon tempo, e quella é la zona agricola del Paese.
Sempre ieri, é tornato Antonio, che sono andato a riprendere dopo le "vacanze" a casa sua. Non so se le vacanze lo ho fatte io o lui. Era contento di tornare e in questi due giorni é stato molto tranquillo. Oggi sono venuti dal Comune per darci una mano a sistemare il canale, una sistemazione provvisoria, ma necessaria. E poi, tutte le mani che arrivano sono sempre ben accette!
Stamattina siamo stati a trovare Moisés, un bambino di 6 anni che vive in un Hogar qui a Cochabamba. Lui é nato lo stesso giorno mio, e la sua storia é tanto commovente. Siamo stati per fargli gli auguri e per portare regalini a lui e ai 16 amichetti della sua casetta. Lo conosciamo da quando era appena nato e viveva in una culla di paglia nella piazza centrale della cittá, insieme alla nonna. Li vedevamo sempre quando adavamo a distribuire i cibi caldi, il giovedí sera. Poi é stato portato in un Hogar e lí l'abbiamo battezzato. Stupisce che abbia i capelli completamente rossi, qui, dove tutti hanno capelli nerissimi. La mamma vive una vita non bella, e da quel momento non ha piú visto il suo figlio (le autoritá non le danno il permesso). Noi e la nonna manteniamo i contatti con il bambino, che é sempre molto contento di vederci. Oggi ho chiesto se sará possibile,in futuro, prenderlo in casa con noi, appoggiando anche la nonna. Vedremo.
Sarebbe una bella cosa. Ma bisognerá superare tutti gli scogli burocratici.
Nel pomeriggio siamo andati al battesimo di Zaida, la bambina gravemente ammalata di cuore che qualche mese fa ci aveva affidato Suor Cherubina. Il battesimo era nel suo paesino, a due ore da Cochabamba. Nella chiesetta c'erano altri 80 bambini del posto ed é stata una festa molto bella. Zaida era contenta di vederci, lei che non sorride quasi mai, e ci ha presentato il suo papá. Purtroppo i medici dicono che non si puó fare niente per la sua salute... Cosí il battesimo é stata l'occasione per chiedere il miracolo della sua guarigione, magari trovando qualche medico che sappia inventare una soluzione per il suo cuore parzialmente atrofizzato.
Appena arrivati, Suor Cherubina ci ha detto: "Ho un altro regalo per voi!". E cosí abbiamo conosciuto Eva e qualcosina della sua storia. Eva é una bambina di 4 anni che pesa solamente 7 chili. I genitori l'hanno abbandonata in casa della nonna e due giorni fa é stata salvata da un asino. Sí, da un asino che é riuscito ad aprire la porta della sua capanna dove era rinchiusa da sola la bimba, mente la casa stava bruciando. La bimba é scappata fuori ed é stata ricevuta dalle suore che l'hanno conosciuta per la prima volta. Quando é venuta la nonna, si sono rese conto di quanto rifiuto viveva quella bambina e cosí hanno deciso di tenerla, anche perché presenta una forte denutrizione.
Stasera Eva é qui da noi: la suora ce l'ha "regalata" e noi ce la siamo portati a casa! E noi l'abbiamo presa volentieri, un fuscello di bimba, che ride da matti. Ora é su in stanza da sola che sta cercando di dormire, con il suo biberón. Domani la porteremo in ospedale per vedere bene il tema della sua salute. E cosí un altro angioletto, debole e piccolo, viene a dar vita alla nostra casa. Nelle mani di Dio il suo futuro, che sognamo pieno di speranza. Domani si conosceranno con MRené....
Un forte abbraccio!!!
Ari e bimbi
Dopo le "feste" di compleanno, con gli auguri belli e graditissimi che ho ricevuto da parte di tanti, la vita riprende intensa, con un temporale terribile, ieri pomeriggio che ha inondato tutto il corridoio del piano terra, arginato, come potevamo, con stracci e bidoni. Ma la casa ha resistito, ed anche noi! Mentre eravamo sotto la grandine, é arrivata una macchina piena di viveri per i nostri bimbi, come caduta anche quella inaspettata dal cielo. Cosí possiamo distribuire e condividere. In questo periodo é difficile il rifornimento visto che le strade per Santa Cruz sono interrotte e lo saranno per un buon tempo, e quella é la zona agricola del Paese.
Sempre ieri, é tornato Antonio, che sono andato a riprendere dopo le "vacanze" a casa sua. Non so se le vacanze lo ho fatte io o lui. Era contento di tornare e in questi due giorni é stato molto tranquillo. Oggi sono venuti dal Comune per darci una mano a sistemare il canale, una sistemazione provvisoria, ma necessaria. E poi, tutte le mani che arrivano sono sempre ben accette!
Stamattina siamo stati a trovare Moisés, un bambino di 6 anni che vive in un Hogar qui a Cochabamba. Lui é nato lo stesso giorno mio, e la sua storia é tanto commovente. Siamo stati per fargli gli auguri e per portare regalini a lui e ai 16 amichetti della sua casetta. Lo conosciamo da quando era appena nato e viveva in una culla di paglia nella piazza centrale della cittá, insieme alla nonna. Li vedevamo sempre quando adavamo a distribuire i cibi caldi, il giovedí sera. Poi é stato portato in un Hogar e lí l'abbiamo battezzato. Stupisce che abbia i capelli completamente rossi, qui, dove tutti hanno capelli nerissimi. La mamma vive una vita non bella, e da quel momento non ha piú visto il suo figlio (le autoritá non le danno il permesso). Noi e la nonna manteniamo i contatti con il bambino, che é sempre molto contento di vederci. Oggi ho chiesto se sará possibile,in futuro, prenderlo in casa con noi, appoggiando anche la nonna. Vedremo.
Sarebbe una bella cosa. Ma bisognerá superare tutti gli scogli burocratici.
Nel pomeriggio siamo andati al battesimo di Zaida, la bambina gravemente ammalata di cuore che qualche mese fa ci aveva affidato Suor Cherubina. Il battesimo era nel suo paesino, a due ore da Cochabamba. Nella chiesetta c'erano altri 80 bambini del posto ed é stata una festa molto bella. Zaida era contenta di vederci, lei che non sorride quasi mai, e ci ha presentato il suo papá. Purtroppo i medici dicono che non si puó fare niente per la sua salute... Cosí il battesimo é stata l'occasione per chiedere il miracolo della sua guarigione, magari trovando qualche medico che sappia inventare una soluzione per il suo cuore parzialmente atrofizzato.
Appena arrivati, Suor Cherubina ci ha detto: "Ho un altro regalo per voi!". E cosí abbiamo conosciuto Eva e qualcosina della sua storia. Eva é una bambina di 4 anni che pesa solamente 7 chili. I genitori l'hanno abbandonata in casa della nonna e due giorni fa é stata salvata da un asino. Sí, da un asino che é riuscito ad aprire la porta della sua capanna dove era rinchiusa da sola la bimba, mente la casa stava bruciando. La bimba é scappata fuori ed é stata ricevuta dalle suore che l'hanno conosciuta per la prima volta. Quando é venuta la nonna, si sono rese conto di quanto rifiuto viveva quella bambina e cosí hanno deciso di tenerla, anche perché presenta una forte denutrizione.
Stasera Eva é qui da noi: la suora ce l'ha "regalata" e noi ce la siamo portati a casa! E noi l'abbiamo presa volentieri, un fuscello di bimba, che ride da matti. Ora é su in stanza da sola che sta cercando di dormire, con il suo biberón. Domani la porteremo in ospedale per vedere bene il tema della sua salute. E cosí un altro angioletto, debole e piccolo, viene a dar vita alla nostra casa. Nelle mani di Dio il suo futuro, che sognamo pieno di speranza. Domani si conosceranno con MRené....
Un forte abbraccio!!!
Ari e bimbi
Iscriviti a:
Post (Atom)



