giovedì 10 gennaio 2013

anche oggi

Anche oggi è arrivato un nuovo bimbo!

E' proprio un Natale prolungato nella casa de los niños!

Gli hanno messo nome Jesús e come data di nascita il 25 dicembre.

Ha solo dieci giorni!

Dieci giorni difficili: la mamma ha cercato di eliminarlo perché frutto di un incesto. Sono subito intervenuti dei vicini e l'hanno affidato all'ospedale e da lì a noi, questo pomeriggio.

Certo che tutti gli vogliono bene e che lo vorrebbero in affido. Ecco una sua foto con gli auguri di ben arrivato!

lunedì 31 dicembre 2012

Il regalo per noi sono i bimbi

Lunedì, 31 dicembre 2012

Non ci era mai successo: in pochi giorni ci sono stati affidati 15 bimbi! Un bel regalo di Natale e una bella sorpresa di fine anno! E tra l’altro questi bimbi sono molto piccoli.

Di alcuni non sappiamo il nome vero e neppure la data di nascita precisa: ci sono stati affidati con nomi convenzionali e con date di nascita approssimative. Il più piccolo ha un mese e la più grande ha 14 anni. Alcuni vengono dalla tribú degli yuquis.

Juan Sebastián, Antonela, Elizabeth, Miguel Angel, María Luisa ... Ma possiamo inventare o fantasticare insieme nomi nuovi per ciascuno di loro!

... Stasera mi sono soffermato un attimo a contemplare il volto di Sebastián mentre dormiva nella sua culla in cucina, non è una culla perché di culle non ne abbiamo a sufficienza, con tanti arrivi imprevisti, ma non so come si chiama in italiano quel porta-bimbi che si usa anche in auto. Pensavo alla sua storia e alla storia degli altri bimbi. Sono storie riassunte brevemente in una paginetta che accompagna i pochi documenti ufficiali che ci sono stati consegnati al loro arrivo. Come possiamo immaginare, storie difficili, ma non entro in dettagli tanto possiamo immaginare o forse non riusciamo nemmeno a immaginare il dramma che nasconde ognuno di questi bimbi.

Guardavo gli occhietti chiusi di Sebastián nonostante le luci accese della cucina e mi immaginavo la sua storia passata e la sua storia futura, piena di speranza e di illusioni.

Pensavo di nuovo alla casa de los niños, quella grande, sparsa nel mondo...

E’ vero quello che scrivevo l’altra volta: E il cuore ritorna a costruire storie e speranze future, con una maggior esperienza su questo bene per gli altri, soprattutto per i più e i più indifesi, che stiamo imparando a modellare tra le pareti e i mille cuori della casa de los niños.

Lascio alle foto l’espressione che accompagna il loro arrivo.

Non potremmo accogliere e sostenere concretamente questi bimbi senza la casa de los niños. Verrà il momento in cui loro stessi potranno ringraziare per il cuore aperto e per la casa aperta.

E noi, al terminare questo anno e all’inizio del nuovo, vorremmo intanto anticipare a tutti voi che ci leggete e condividete con noi la nostra avventura l’espressione di questo grazie che ci permette di tener sempre aperta la nostra casa e di non frenarci o fare calcoli davanti alla così chiamata “crisi”.

Proprio nei giorni scorsi mi scriveva al rispetto una cara amica: “Quest’anno pensavo che la crisi avrebbe frenato la generosità. Ma qualcuno mi ha detto che proprio perchè c'è crisi è meglio spendere soldi in qualcosa sicuramente apprezzato e con un nobile scopo!”

Certo, di notte dormiamo poco, e forse di giorno non siamo molto svegli, e magari non abbiamo tempo per scrivere e comunicare, ma se noi non spendessimo le nostre forze, la nostra fantasia, le nostre illusioni, i nostri sogni per questi bimbi che hanno bussato alla nostra porta, probabilmente saremmo persone tristi, affogate dalla crisi.

Natale quest’anno si è colorato di nuovi volti e l’anno nuovo si anticipa nella nostra casa con questa sfornata di bambini: che regalo migliore potremmo desiderare! Noi abbiamo passato la notte di Natale in ospedale perché il piccolo Miguel Angel ha dovuto essere ricoverato a poche ore dal suo arrivo qui a casa. La sua sorellina María Luisa è di là che dorme beata: divora ogni cosa che passa davanti ai suoi occhi. Hanno due anni e un anno rispettivamente. Ieri abbiamo saputo che la mamma ne ha 17!

Dopo la notte in ospedale, la sveglia di buon’ora per preparare la festa di Natale con la nostra grande famiglia composta di oltre mille persone. Quest’anno abbiamo chiesto a tutti un piccolo sacrificio: rinunciare ai regali per poter prepararci, in gennaio, alla costosa operazione al cuore del piccolo Osvaldo. E tutti hanno aderito con grande generosità. Anche questo un gesto che supera ogni previsione di crisi. Come dicevamo anteriormente, è una fortuna che i bimbi siano qui con noi perché ultimamente abbiamo trovato una scorciatoia legale affinché i bimbi siano affidati in breve ad una famiglia. E così, in questi pochi giorni alcuni dei bimbi hanno già spiccato il volo e un nuovo focolare si è acceso per loro e in questo periodo di festa il cuore di madri e di padri novelli sta finalmente sussultando di gioia inaspettata.

L’ultimo nostro saluto di quest’anno va a ciascuno. Voli il nostro grazie e illumini di gioia, gioia semplice e spontanea come quella dei bimbi. Continuiamo insieme la nostra avventura perché finalmente il bene faccia breccia nel cuore di tanti così come noi sperimentiamo ogni giorno di più nei nostri bimbi. Insieme a loro vi abbracciamo e vi sentiamo vicini!

Auguri di cuore!

ci siamo anche noi 
natale, c'è posto per tanti
grazie!
natale sull'altipiano
vieni che ti faccio posto

domenica 9 dicembre 2012

Ancora sul Natale che si avvicina e che ci avvicina...

Da quando è arrivato da noi, ho pensato che il piccolo Gianluca, il bimbo della tribú Yuqui che è nato 5 mesi fa nella sala dell’ospedale in cui era ricoverata la mamma gravemente ammalata, superata la fase della nascita prematura, sarebbe stato un bimbo con un futuro sereno, un bimbo sano. Pensavo, infatti, che sarebbe stata molto diversa la sorte del piccolo Gianluca, prematuro ma sano, da quella del piccolo Juan, con la sua grave e incurabile malattia cerebrale.

L’altra notte siamo stati svegliati dalla chiamata della famiglia che ci aiuta a curarlo in questo periodo. Il piccolo stava piangendo sconsolato da ore e non se ne capiva il motivo. Si pensava ad una congestione intestinale visto che sin dalle prime settimane di vita il suo intestino faticava a liberarsi. “Cosa normale, nei bimbi prematuri”, ci avevano rassicurato i pediatri: “Problema che si normalizzerà con la crescita”.

Ma in quel momento bisognava prendere una decisione e così, fuori dal letto, e in macchina verso l’ospedale pubbico, a notte fonda. Gli altri bimbi della casa sono sotto controllo, a quell’ora.

Pensiamo che forse basterà un piccolo clistere o una sondina per liberarlo dai gas intestinali. Ma, invece, non è così e quella notte si trasforma in breve in un calvario perché nei diversi ospedali verso cui di dirigiamo non ci sono le condizioni per ricevere un caso che si presenta più difficile del previsto: un blocco intestinale con necessità di un intervento chirurgico. Negli ospedali pubblici, il chirurgo purtroppo non è rintracciabile a quell’ora, e poi mancano le condizioni per preparare la sala per l’intervento: bisognerà aspettare sino al mattino. NO! Non si può aspettare. La sua pancina è come un palloncino che pronto a scoppiare da un istante all’altro!

Allora via di corsa ad un altro ospedale specializzato in malattie gastrointestinali. “Ma qui operiamo solo adulti”, ci dicono. Corriamo verso un ospedale pediatrico. Incontriamo un medico che per fortuna ci conosce e ci spiega bene la situazione: è necessario operare d’urgenza. Ma: dove? Insistiamo: noi non conosciamo chirurghi esperti in pediatria. Il medico prende la sua agenda e incomincia a chiamare per telefono. Finalmente, un medico è disposto ad intervenire subito, ma in una clinica privata.

Non importa. Alle spese ci penseremo dopo.

Il piccolo Gianluca non smette di piangere. Di corsa verso la clinica privata. Dopo mezz’ora, il bimbo è in sala operatoria. Fanno entrare uno di noi. Dal taglio aperto si vedono le viscere completamente gonfie, una parte si è arrotolata sull’altra e bisognerà reciderla. Stenosi è la diagnosi: di lì non passa niente! L’operazione dura un’ora e mezza. Siamo in pena. Gianluca ha solo 5 mesi di vita ed è già in sala operatoria. L’operazione è molto delicata, ne percepiamo la gravità e soffriamo nell’attesa e nell’incertezza.

Esce il chirurgo: tutto è andato bene. E’ stato reciso un piccolo pezzo di intestino, ma adesso il bimbo potrà ricuperarsi. Se non si fosse intervenuti subito, se avessimo aspettato sino al mattino, e non fossimo corsi da un ospedale all’altro il corpicino del piccolo Gianluca non avrebbe resistito!

Dopo tre ore vediamo il bimbo, steso in un letto grande della clinica. Ha il volto bellissimo di sempre, ma stremato per la fatica delle ore precedenti. Ricordiamo i suoi primi giorni quando aveva la sonda nel nasino per aiutarlo nell’ alimentazione. Ricordiamo le tante volte in cui con le sue manine se la staccava. Anche adesso bisogna tenerlo fermo se no si toglie tutto!

E’ pieno di tubi. Le prime ore dopo l’intervento sono critiche, ma ci affidiamo ai medici e a chi ci ha giudati in quella notte difficile.

... sono passati due giorni e il bebé sta prendendo le prime gocce di latte, sono praticamente gocce, ogni tre ore. Tutto procede normalmente ed ora il piccolo Gianluca piange, sí, ma perché ha fame, e lo si capisce. Ma il suo intestino ha ripreso a funzionare. E non è più gonfio come un palloncino. Non erano così semplici e sicure la sua vita e il suo futuro come io pensavo ingenuamente all’inizio.

Il cuore ci guida, ci guida l’affetto, e ci mette in crisi l’inesperienza. Ma ci alziamo, corriamo, bussiamo a tutte le porte con testardaggine. E cerchiamo sempre di fidarci di chi ci guida nell’imprevisto e nell’oscurità della notte.

E il cuore ritorna a costruire storie e speranze future, con una maggior esperienza su questo bene per gli altri, soprattutto per i più e i più indifesi, che stiamo imparando a modellare tra le pareti e i mille cuori della casa de los niños.

sabato 1 dicembre 2012

Non basta il cuore...

Sabato 1 dicembre 2012

Sono tanti i bambini che passano per la nostra casetta. Solo in questa settimana ne sono arrivati tre:

Roy, che ha due anni e mezzo, Camila che ha 7 anni e Alejandro che ne ha 4. Nomi, volti nuovi, storie che non conosciamo e che improvvisamente si incrociano con le nostre. La nostra casa è grande, speriamo che anche il nostro cuore lo sia, il cuore di tutti noi che viviamo qui. La nostra casa è sempre aperta, giorno e notte. C’è sempre qualcuno che ha bisogno e che bussa alle nostre porte (ne abbiamo tante!). E’ come quando ci chiedono aiuto per accogliere un bimbo.

Arriva un bimbo nuovo. Si passa la voce nella cittadella e subito appaiono volti di piccoli e grandi appiciccati alle finestre della nostra casa. “Possiamo tenere noi Roy questo fine settimana?”. “C’è posto per Alejandro nella nostra casa!”. Le nostre famiglie sono povere, ma hanno il cuore grande! E Roy è già fuori che gioca con altri bimbi e sperimenta l’abbraccio di una mamma che non aveva mai conosciuto. E Alejandro ci saluta un attimo ma subito scappa via, con i suoi nuovi fratellini che hanno sulle spalle una malattia grave come la sua...

L’altro giorno mi trovavo negli uffici dei Servizi Sociali per sbrigare delle pratiche e in quel momento è arrivata una bimba appena nata in braccio ad un’assistente dell’ospedale. Un poliziotto l’aveva poco prima trovata dentro un borsone grigio da viaggio all’angolo di una strada. Dentro la borsa, un bigliettino: “Non ce la faccio, aiutatemi!”. Forse il grido disperato di una giovane mamma... Sul petto della bimba, un rosario bianco. Una bimba bellissima abbandonata per strada... “Si chiamerà Rosario!”, dicono le incaricate dei Servizi Sociali. Anch’io ho casualmente in mano un piccolo rosario, in quel momento, e dò la mia disponibilità per ricevere quella creatura nella nostra casa, ma poco dopo verrà affidata ad un altro centro. Ci vorranno 8 mesi prima che sia data in adozione, purtroppo..., ma le pratiche burocratiche di affido richiedono questi tempi.

Passano due giorni e ci chiamano perché 4 dei nostri amici che vivono in strada sono stati presi dalla polizia con l’accusa di aver rubato un cellulare ad una signora nel centro della città.

Andiamo al posto di polizia. Parlo con i poliziotti: non c’è niente da fare. Quei 4 ragazzi, anche se sono minorenni dovranno essere sottoposti ad un processo rapido e rischiano il carcere: sono stati colti in flagrante. E per di più, la signora a cui è stato sottratto il cellulare è la moglie di un tenente di polizia: che coincidenza sfortunata! I ragazzi si dichiarano innocenti, questa volta, e forse hanno ragione loro, questa volta.

Rimaniamo negli uffici per un bel po’ di tempo, senza saper come fare. Ho con me dei soldi per poter comprare delle medicine urgenti e care. Offro quei soldi per comprare il cellulare nuovo e restituirlo alla signora. La proposta viene accettata. I 4 ragazzi riceveranno una bella romanzina ma dopo qualche ora saranno rimessi in libertà.

Mi metto a parlare con il poliziotto a carico dell’inchiesta. Racconto quello che facciamo. Lui mi dice che due giorni prima ha raccolto per strada una bimba appena nata, nascosta dentro una borsa da viaggio grigia. E come subito l’ha portata in ospedale per un controllo medico.

“Ho conosciuto casualmente quella neonata”, gli dico. Che coincidenza... Il poliziotto mi chiede il numero di telefono del nostro centro: non è la prima volta che deve affrontare il caso di neonati abbandonati. La prossima volta chiamerà direttamente noi, noi che abbiamo 78 famiglie nel nostro centro: Rosario non avrebbe dovuto mai aspettare 8 mesi prima di poter essere accolta in una famiglia, se ci fosse stata affidata...

Le nostre famiglie sono povere, ma hanno il cuore grande. E’ un po’ questo il segreto che sta cominciando a “fermentare” nella nostra cittadella.

In questi giorni un amico mi ha inviato una frase estratta dal libro di uno scrittore argentino:
“Poco dopo arrivammo alla casetta di Zimmer, il falegname, durante trentasei anni vi aveva vissuto quel pazzo stralunato di Hölderlin, protetto affettuosamente da quel umile essere umano; uno di quei gesti assoluti che redimono l’umanità."
La nostra umile casetta vorrebbe incastonarsi di gesti assoluti nella disponibilità e apertura per accogliere sempre chi vi arriva, chi chiama o chi bussa alle notre porte. Ma in questi giorni è risuonato spesso dentro di me che non basta il cuore, non basta l’affetto. L’ho pensato anche quando ho visto quel rosario bianco sul petto della bimba abbandonata. Sono troppe le storie difficili che si incrociano con le nostre.

E allora io credo che ci voglia un supplemento del cuore. Per me quel di più si chiama preghiera.

mercoledì 10 ottobre 2012

sabato 20 ottobre, serata di beneficenza

I nostri amici di Leguigno organizzano una bellissima serata con polenta ecc. ecc..a favore della nostra Associazione, inutile dire che più siamo e più bella sarà la serata quindi aspettiamo le vostre prenotazioni ....... forza!!!!!!!!!!!!

domenica 7 ottobre 2012

Sono fortunati, i nostri bimbi!

Nei giorni scorsi sono stato di nuovo a trovare il piccolo M. figlio di C., la mamma di cui ho parlato nell’aggiornamento del 16 maggio scorso, sulle rime della canzone: “Che dolceza ne la voze de me mama”. Sono stato nel centro dove lui è accolto da oltre 10 anni. Stava uscendo da scuola e ci siamo salutati un attimo. E’ facile riconoscerlo tra tutti per quei suoi caratteristici capelli rossi.

Mi viene sempre incontro con un gran sorriso, nonostante la sua timidezza. Questa volta c’era con lui un amichetto della scuola, A. Comincia il nostro breve dialogo: “Sai, M., finalmente sono riuscito a portare alcune foto tue a tua madre. Da tanto tempo me le aveva chieste e finalmente gliele ho fatte avere. Era molto contenta! Si è commossa.”

“Ed io potrò avere una foto sua? Io non la conosco... Lei non è mai venuta a trovarmi. Mi hanno detto che fa un lavoro che la tiene occupata sempre e che non le danno il permesso per venire qui.”

La domanda di M. mi prende di sorpresa.

“Non so se potrò portarti una foto di tua madre. Devi chiedere il permesso ai responsabili della tua casetta. Se loro sono contenti, io te la porto di sicuro!Ma, dimmi: in quanti siete in casa, in questo momento?”

Il centro dove vive M. si compone di una decina di casette-famiglia in cui i bambini sono accolti a seconda dell’età e sono curati da una famiglia o da una mamma sola. “Siamo in diciannove, contando la mamma, il papà e i loro due figli.”

Si tratta di un centro molto bello, che funziona da tanti anni e che si chiama con un nome simile al nostro: “Ciudad del niño”, ed è sostenuto dalla Diocesi di Bergamo. Lì sono ospitati e curati circa 130 bambini che vi rimangono sino ai 18 anni.

Ne approfitto per fare qualche domanda anche ad A. l’amico di M.

“E tu, ce hai la mamma?”
“Certo!”
“Dove vive?”
“Nel Chapare, nella zona tropicale.”
“Come si chiama?”
Si fa silenzio...
“Non lo so...”
“Ma sai almeno in che paesino vive?”
Di nuovo silenzio. “Non lo so...”
“Da quando sei qui?”
“Da quando è arrivato anche M.”
“Sei qui da solo o hai qualche fratellino?”
“C’è anche una mia sorella più grande, qui.”
“Bene, così vi fate compagnia. Sai, devi chiedere a tua sorella se si ricorda il nome del paese dove siete nati ed io ti prometto che vado a cercare tua madre e ti porto una foto sua. Sei contento?”
“Sí!”
“Bene, allora rimaniamo d’accordo così. Torno a trovarvi la prossima settimana. Fate i bravi e studiate.”
“Ciao!!!”

Un abbraccio e via di nuovo a casa, questa volta con un nodo in gola. M., A. e sua sorella non usciranno da quel centro che li accoglie con tanto affetto, ma non è la loro famiglia... Dovranno aspettare sino ai 18 anni per uscire... Non conoscono quasi niente della loro storia.

Non hanno mai visto la loro mamma e non sappiamo se avranno il permesso di vedere almeno le foto delle loro mamme. Certo, c’è chi li accoglie e li cura con amore, che non gli fa mancare niente, ma alla loro età non potranno mai essere adottati o essere affidati ad una famiglia. E poi non credo che sia facile vivere in 19 in una casetta... Altri 130 bambini vivono la stessa situazione nella “Ciudad del niño”. Certo, peggio sarebbe essere totalmente abbandonati, o venduti, o...

Ho fatto i conti: nella “Casa de los niños” e nella “Cittadella arcobaleno” vivono attualmente 173 bambini. Di questi bambini, 168 vivono in una famiglia, la propria o una famiglia di appoggio. Non sono le migliori famiglie del mondo, anzi, sono famiglie con tanti problemi, con tante storie difficili alle spalle che marcano il carattere dei figli.

Ma quasi tutti i nostri bimbi possono abbracciare ogni sera ed ogni mattina i loro genitori e non hanno bisogno di una foto per riconoscerli. E non dovranno aspettare sino ai 18 anni per andare alla ricerca della loro storia.

Sono fortunati, i nostri bimbi!

... scrivevamo un mese fa:

La casa de los niños è uno spazio di intensa condivisione con bambini che hanno vissuto e che vivono condizioni di profonda debolezza. Si vive per loro e con loro durante le 24 ore del giorno.

Si fa tutto gratuitamente, sulla base della libera responsabilità e del forte impegno personale. Non c’è nessun obbligo! C’è una sola regola: quella di amare sempre, fino al limite delle proprie forze.

Sono sempre pochi i bimbi nella casa proprio perché ognuno richiede una cura e un’attenzione speciale e totale.

Cerchiamo di non farci prendere dai sentimentalismi per poter aprire insieme il cuore e la mente alla scoperta del bene più profondo e più vero per ognuno dei nostri bambini, non solo per i più carini.

Ci ripetiamo spesso che i nostri bimbi devono fermarsi per poco tempo nella nostra casa. Noi ci prendiamo l’impegno di accompagnarli verso una sistemazione che dovrebbe essere la migliore possibile. L’immagine che riflette la nostra esperienza è quella del prendere per mano un bambino ed avviarsi insieme su un percorso comune. In quelle mani che si stringono passa il calore della vita e la linfa del destino comune. Ma noi abbiamo la fortuna che le nostre mani sono tante e quindi c’è una forza grande che ci unisce con i bambini. Quando ci sono le condizioni, la cosa migliore è la reinserzione dei bimbi nella propria famiglia di origine. In altre condizioni, cerchiamo famiglie di appoggio e famiglie o persone disponibili per l’adozione. Il nostro agire va anche in questa direzione, quella di creare atteggiamenti di simpatia verso ognuno dei nostri bimbi in tutti quelli che regolarmente o sporadicamente vengono a trovarci.

Noi amiamo profondamente ognuno dei nostri bambini. Ci affezioniamo profondamente a ognuno di loro, senza nascondere, magari, qualche preferenza. E’ chiaro, però, che ognuno deve ricevere con intelligenza le stesse premure e lo stesso riguardo.

Dobbiamo sognare per ognuno dei nostri bimbi il momento del distacco, il momento, cioè, in cui sono date le condizioni per il loro “prendere il largo dalla casa”. Deve venire questo momento!

E’ quasi paradossale: più ci affezioniamo ai bimbi, più impariamo a desiderare per loro una famiglia all’esterno della casa de los niños.

Quando un bimbo si stacca dalle nostre mani, si sperimenta un grande vuoto nella casa (ed anche nel nostro cuore!). Ma solo grazie a quel vuoto la casa può attirare a sé un’altra esperienza di debolezza .

Riassumiamo e ripetiamo: noi crediamo, per l’esperienza fatta sinora, che il vivere nella casa de los niños, il condividere un pezzo della nostra storia con loro ci apre al contatto con tanti bimbi e prepara il nostro cuore al momento difficile del distacco.

E’ questo che dobbiamo desiderare per ognuno di loro per poter rinnovare continuamente l’esperienza della casa de los niños, esperienza di apertura e di condivisione del dolore e della debolezza dei piccoli, ma anche di raccolta nel cuore di ognuno di noi del tesoro e dei frutti preziosi dell’amore che abbiamo condiviso.

La casa de los niños è come un cuore che palpita senza sosta e che spinge il sangue purificato fuori da sé.

Impariamo ad amare profondamente ogni bimbo per poter sognare per ogni bimbo una famiglia che l’ami profondamente come noi e certamente più di noi.

... ed è così che nei giorni scorsi hanno “preso il largo” Mariano, Arisito, Dennis, Gianluca e la sorellina Karen.

Durante i fine settimana, Jacky, Juancito e Mateito si trasferiscono presso famiglie della nostra cittadella. Probabilmente, presto, tutti e tre saranno adottati da quelle stesse famiglie. Lo stesso varrà per Nicol appena torna dal Brasile. Un passo importante di maturità e responsabilità per le nostre famiglie, sempre tanto sofferte, in certi aspetti della loro storia.

Ringraziamo per loro la casa de los niños, questa casa de los niños che ha un’anima che è sparsa in tanti piccoli angoli del mondo!

La nostra casa si riempie e si svuota, proprio come il cuore. Ripeto: è duro veder partire i nostri bimbi, è difficile staccarsi da loro. Ma solo così palpita la vita.

venerdì 14 settembre 2012

Le beatitudini e la casa de los niños

Le beatitudini e la casa de los niños
« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
(Matteo 5)

« Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
(Luca 6)

Devo dire che in questi giorni mi ha impressionato riascoltare il testo delle beatitudini, soprattutto il testo di Luca, mettendolo in relazione con l’esperienza che viviamo nella nostra casa. E ho sottolineato apposta le tre beatitudini riportate da Luca. Confesso che in questo periodo mi risulta difficile pensare che Gesù abbia pronunciato quelle parole. Ho cercato di capirle alla lettera, ma sorgono in me tanti dubbi e interrogativi.

... Sono stato all’ospedale anche oggi a fare una visita ai malati. Ho rivisto Cristian, un ragazzo di 14 anni che ci vorrebbero affidare. Pesa una decina di chili, pelle ed ossa. Non fa nessun movimento, sempre prostrato nel suo lettino o adagiato su un materassino per la fisioterapia. Non mangia da solo, si lamenta sempre. Conosco il suo papà che non ha più il coraggio di visitarlo e che ci ha chiesto aiuto. La mamma è morta l’anno scorso per una grave malattia.

... Ripenso anche alla piccola Lorena Arias, appena nata. Qualche mese fa era nell’ incubatrice di fianco a quella del nostro piccolo Gianluca. Lì l’abbiamo conosciuta. Aveva un volto con due nasi, due bocche, due fronti, ... non era siamese. Per la pena e il rispetto, le infermiere le coprivano il volto con un lenzuolino. Dopo una settimana di sofferenza è morta. Noi, comunque, ci eravamo offerti di portarla nella nostra casa.

... Ripenso anche al nostro piccolo Juan, che ora ha sei mesi, e che piange così tanto per il suo dolore. Non sappiamo se piange per la pressione sul suo cervello malato o per il ricordo di quel giorno in cui le mani di sua madre si staccarono dal suo corpo e lo deposero di fianco a un cassone di rifiuti. Il piccolo Gesù fu deposto in una mangiatoia; il piccolo Juan fu deposto dietro un cassone di rifiuti.

... Ripenso al piccolo Gianluca, che ora ha tre mesi, e che piange come un forsennato perché ha fame, lui che è così piccolo e debole e non si sazia mai.

... Ripenso a tanti dei nostri bimbi, soprattutto quelli dell’altipiano, che vivono una povertà assoluta e nascosta che neanche possiamo immaginare, noi occidentali, nutrendosi praticamente di patate ogni santo giorno dell’anno.

... E allora risuonano di nuovo nella mia mente quelle parole conosciute di Luca: Beati voi poveri.... Beati voi che ora avete fame.... Beati voi che ora piangete....

E rivedo di nuovo nella mia mente i volti conosciuti di Cristian, di Lorena, dei piccoli Juan e Gianluca, e quelli degli altri nostri bimbi, degli infiniti bimbi come loro, degli infiniti deboli del mondo, di tutte le epoche, di tutte le latitudini...

E ripenso anche a Gesù, quel uomo che girava instancabilmente per tutti i villaggi del suo Paese e si commuoveva per i poveri e per gli ammalati, per i deboli e per i bambini. Che dava da mangiare e che ridonava la salute e la vita a tanti, anche se non a tutti!

Ma poi mi viene da pensare che non era lui che faceva i miracoli. Gesù lo dice chiaramente quando ridà la vita all’ amico Lazzaro: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto”.

Gesù che vuole bene ai poveri, ai bambini, ai malati, che si preoccupa per chi ha fame, non può aver pronunciato quelle parole così come sono riportate da Luca. Lui che si è preoccupato concretamente del presente dei poveri e dei deboli, non può rimandare ingenuamente a una felicità futura per loro. Non mi sembra cristiano! Io non credo che nè per Gesù, nè per noi, Cristian, Lorena, i piccoli Juan e Gianluca, e gli altri nostri e non nostri bimbi poveri ed affamati del mondo possano essere ingenuamente chiamati beati. Non lo sono per niente e se potessero parlare ce lo direbbero chiaramente.

C’è qualcosa che non quadra.

Forse in quelle parole sta nascosto il dramma dell’impotenza storica di Gesù, e credo che ci stia dentro anche la nostra impotenza storica: di quel Gesù calato nella storia, e di noi che siamo calati nel nostro presente storico e che vediamo e che tocchiamo con mano ogni giorno la debolezza, il dolore, la fame, la malattia, e che magari ci commuoviamo sinceramente e profondamente, ma che non possiamo fare quasi niente per chi soffre accanto a noi. La stessa cosa sarà successa anche a Gesù, perché lui è uguale a noi, oserei dire che lui ha il nostro stesso cuore. La differenza tra noi e lui è che lui spesso sapeva catturare e guadagnarsi l’ascolto del Padre. E allora scattavano i miracoli. Davanti alla sofferenza storica, soprattutto dei più deboli, ci si sente totalmente impotenti.

Forse la beatitudine è per noi, la beatitudine di aver incontrato lungo la nostra storia Cristian, Lorena, i piccoli Juan e Gianluca, e gli altri nostri bimbi poveri ed affamati. Noi che abbiamo ogni giorno questa possibilità di camminare per i villaggi del dolore e possiamo riaccendere la commozione nel nostro cuore e possiamo soprattutto provare umilmente a spendere attimi della nostra vita per Cristian, per Lorena, per i piccoli Juan e Gianluca, e per gli altri nostri bimbi poveri ed affamati.

Gesù avrà detto, forse: “Io che sto bene, scelgo di stare con voi, accanto a voi che siete poveri, affamati ed ammalati, scelgo di lottare per voi, di consumarmi per voi, scelgo di volervi bene: accettatemi!”.

Forse la beatitudine sta nel comunicare questa scelta di vita, sta in questa possibilità che abbiamo tutti di uscire da noi stessi, se lo vogliamo. Credo che solo allora riusciremo insieme a catturare e guadagnarci l’ascolto del Padre. E allora forse sí scatteranno anche accanto a noi i miracoli.

La casa de los niños, come tante altre storie belle che conosciamo o infinite altre che non conosciamo, vuole aprire a tanti la possibilità di un cammino da percorrere in questa direzione.

Proprio in questi giorni vediamo con commozione e gioia l’impegno di alcune famiglie della nostra cittadella che stanno curando tutti i bimbi della nostra cosa, per aiutarci a riposare, per sentirsi responsabili con noi del presente difficile di questi bimbi. E’ una cosa bella! E’ un segno positivo di questo cammino che abbiamo cercato di intraprendere insieme, con libertà, con sforzo e con generosità.

Ma sempre in questo momento ascoltiamo anche notizie tragiche dal mondo: terribili scontri, divisioni, violenze e morti per offese religiose.

Tutto questo ci fa pensare che forse c’è bisogno di scoprire un’altra direzione verso cui canalizzare l’energia positiva dell’umanità e forse è proprio quella la direzione della beatitudine, dove possono risuonare anche oggi, con il loro significato profondo, le parole misteriose di Luca, parole misteriose di incontro e di unione per noi uomini e donne deboli:

Beati voi poveri.... Beati voi che ora avete fame.... Beati voi che ora piangete....:

“Il nostro respiro sia per comunicarvi che siamo con voi, che vi vogliamo bene”.

Parole misteriose che prima o poi riusciranno ad illuminare orizzonti di pace, di sapienza, di sensatezza, di comunione: l’orizzonte ben desiderato della fraternità.