domenica 1 aprile 2012

Su a Karpani!

Karpani è un villaggio quassù sui monti boliviani, ad oltre 4 mila metri di altitudine. Lo conosciamo da una decina di anni quando vi andammo per la prima volta insieme ad un equipe di medici volontari. Allora non c’era un sentiero che portava sino al villaggio e si scendeva per alcune centinaia di metri con in spalle il carico di materiali e di viveri per la gente del posto. Fu così che una suora intraprendente pensò bene che con un poco di dinamite si poteva aprire una strada. Grazie a quella idea “esplosiva” ora una specie di sentiero esiste.

Ma in tempo di piogge si fa ugualmente fatica ad arrivare. Ci piace immaginare che la nostra camionetta tiri un sospiro di sollievo quando riprende il cammino asfaltato dopo i salti, la polvere e le pietre su cui deve cimentare la propria forza motrice ogni volta che ci inoltriamo per quella specie di sentiero tra i campi di patate.

Durante l’ultima settimana siamo stati due volte a Karpani. Cerchiamo di mantenere il contatto con le famiglie del posto perché formano parte della nostra storia. Da Cochabamba si impiegano circa tre ore per arrivare al villaggio. Il clacson della macchina, che fa eco da una montagna all’altra, è l’avvertimento convenuto del nostro inaspettato arrivo. Anche lassù ci sono i cellulari ma il segnale spesso si perde tra tante cime e avvallamenti. Andiamo sempre a Karpani con gli amici italiani che vengono a trascorrere un tempo con noi. Karpani è un villaggio bellissimo che scopri solamente quando sei a pochi passi dalle sue capanne/casette. Infatti, le casette appaiono lì sotto i tuoi occhi all’improvviso, come del resto anche i bimbi e le mamme –che pascolano le pecore- spuntano inaspettatamente sui massi enormi che sovrastano il piccolo villaggio composto da 26 famiglie. I papà si fanno vedere più tardi perché impegnati nei lavori dei campi.

Proprio dall’ultima visita con gli amici italiani, è venuta fuori una idea interessante. Quella di andare periodicamente a Karpani con i giovani della cittadella per fare una specie di scuoletta (di ripasso scolastico) con i bimbi del villaggio sullo stile di quella che gli stessi nostri giovani realizzano i fine settimana qui nella nostra cittadella. Per questo siamo andati ieri mattina con 7 ragazze/i per proporre questa idea su al villaggio. Loro stessi si sono incaricati anche di prepare giochi e soprese insieme a un semplice pranzo per tutti. Purtroppo la notte precedente è piovuto ancora con intensità per cui il viaggio è rimasto in sospeso sino all’ultimo momento, ma poi ci siamo avventurati. Meno male che il mal tempo è cessato durante la mattinata. E tutto è andato bene.

Appena arrivati, dopo avere caricato altre 4 persone durante il tragitto, abbiamo iniziato a giocare, prima con i bimbi, poi anche con i genitori. Difficile rendere lo spettacolo che si è creato con quei giochi! Giochi semplicissimi, come bandiera e una specie di palla mano dove, al posto della palla, si usava un cerchio. Le persone di montagna, tanto in Bolivia come da tutte le parti, sono per natura riservate e timide. Ci vuole il suo tempo per stabilire un rapporto. Ma dopo pochi istanti di gioco si è creata una simpatia e una festa spontanea tra tutti. Saremmo andati avanti per ore nonostante i 4 mila metri. Schiamazzi e gioia incontrollata nello spiazzo davanti alla scuola e alla chiesetta di Karpani, protetti dal maestoso silenzio di quelle montagne. E poi il pranzetto tutti insieme. La distribuzione alle famiglie presenti dei viveri che abbiamo potuto portare con noi quel giorno. E qualche considerazione insieme: la necessità di aprire quest’anno l’asilo per i bimbi più piccoli del villaggio. Un sostegno mensile al maestro. I turni giornalieri degli adulti del posto per la cucina dell’asilo. Necessari interventi di ristrutturazione per le casette del villaggio dopo mesi di troppe piogge. La nostra proposta di tornare periodicamente con i giovani: accolta con grande entusiasmo dai presenti. Ed altro. Tutto in uno spirito di amicizia e di solidarietà a scanso di interessi personali.

E poi il rientro faticoso su, sino alla macchina lasciata nell’unico posto che permetteva far manovra.

E, dopo i giochi festosi con i bimbi e la gioiosa innnocenza degli adulti, il tempo per uno sguardo indietro per altre considerazioni da condividere insieme. La sotto, infatti, Benedicto torna al lavoro con l’aratro di legno e la sua giunta di buoi. Il tempo ha un altro ritmo a Karpani così come in tutti i villaggi dell’altipiano boliviano. Si usa ancora quell’aratro trascinato dai buoi che insieme solcano un terreno povero, pieno di sassi. La produzione di patate di quest’anno è andata perduta in un 50% a causa delle troppe piogge e delle inaspettate gelate. A Karpani, come in tutti i villaggi dell’altipiano boliviano, si mangiano patate al mattino, a mezzogiorno e a sera. Le patate si cuocciono due volte alla settimana perché a quelle altezze ci sono solo poche sterpaglie per fare fuoco. E l’acqua è un tesoro difficile da reperire! Non c’è corrente elettrica a quelle altezze, e non si può riscaldare spesso il cibo. Così quasi sempre si mangiano le patate fredde. Sabato, i nostri amici di Karpani ci dicevano che loro non hanno mai la possibilità di mangiare quel pollo che abbiamo condiviso con loro per pranzo.

Ogni famiglia del villaggio produce circa 30 sacchi di patate all’anno che si vendono a 100 boliviani al sacco. Il ricavato sono dunque 3.000 boliviani, pari a circa 300 euro. Quel ricavato rappresenta il reddito annuo di una famiglia di montagna in Bolivia. La Bolivia conta con 9 milioni di abitanti. Tre milioni vivono in queste condizioni. Ma, purtroppo, quest’anno, la metà del raccolto è andata persa, marcita sotto terra per le troppe piogge. Come faranno le nostre famiglie? Cosa mangeranno i nostri bimbi di Karpani?

A Karpani si tocca con mano l’immensa bellezza della natura che si contempla in un silenzio solenne per il timore di contaminarla. Ma si tocca con mano anche una immensa povertà che si fa ancora più cruda quando l’inclemenza della stagione la sferza.

Meno male che ai nostri giovani è venuta l’idea di andare più volte al mese su a Karpani per fare la scuoletta, così possiamo portare viveri, frutto della solidarietà e generosità che perviene a noi da tanti altri amici.

Meno male che da domani apriamo l’asilo così i bimbi più piccoli potranno avere un pranzo caldo almeno una volta al giorno.

Meno male che ci siamo conosciuti, una decina di anni fa, così abbiamo iniziato a percorrere insieme il cammino dell’amicizia e della condivisione.









lunedì 19 marzo 2012

Compleanno!

Oggi è il compleanno di María René. Compie 8 anni. Sono sette anni che festeggiamo questa data.

E’ una storia che ormai in tanti conoscono. Una storia che non finiamo mai di raccontare e di tornare a raccontare da prospettive diverse.

Nel gennaio del 2006 conoscemmo María René nell’ospedale. Pensavamo che avesse solo un anno tanto era piccolina e gracile. Da molti mesi i medici la spostavano da un ospedale all’altro per capire l’origine di una inarrestabile diarrea. Finché una dottoressa ebbe l’idea di farle l’esame dell’HIV. Risultò positiva. Si fece l’esame anche alla mamma e pure lei risultò positiva. Lo stesso successe con il compagno della mamma, il padre di María René. E pure lui risultò positivo e immediatamente scomparve. E da allora nessuno seppe più niente di lui.

María René non parlava e non camminava. Poco espressiva, un visetto pallido, faceva un movimento caratteristico con le palpebre degli occhi. Venuti a conoscenza del suo compleanno, il 19 marzo del 2006 le portammo un regalo in ospedale: un ninnolo con suoneria, da appendere alla sua culla. Quel ninnolo esiste ancora ed è appeso oggi alla culla di David: ogni mattina lui tira la cordicella e noi sappiamo che è sveglio. Credo che fu quel giorno del suo compleanno che noi decidemmo di chiedere l’affido di María René. Il fatto è che la sua mamma subì uno schok terribile quando fu informata della malattia. Basti pensare che i genitori la cacciarono immediatamente di casa.

All’inizio di maggio del 2006, il giudice competente ci concesse l’affido.

María René è la prima bimba di Cochabamba a cui è stato diagnosticata la presenza del virus dell’HIV. E’ una bimba conosciuta negli ambienti ospedalieri locali. Conosciuta ed amata anche se, dopo il maggio 2006, non è più stata ricoverata in ospedale.

María René ha iniziato con noi l’esperienza della casa de los niños, nella nuova struttura, quando eravamo solamente in quattro in questo spazio immenso. Da 5 anni María René è tornata a vivere con la mamma e la sorella, in una piccola casetta fatta apposta per loro, nel nostro villaggio. María René ci ha trascinati in una sfida interessante: quella di fare della nostra casa un centro di speciale accoglienza per bambini e famiglie con il virus dell’HIV, l’unico in Bolivia. Bambini e famiglie che convivono con tanti altri bambini e con tante altre famiglie con differenti storie alle spalle. Cerchiamo di convivere in uno spirito di fraternità ricordando il nome e l’obiettivo che demmo alle nostre prime esperienze: casette di pace. Ora ne abbiamo una settantina di queste casette nel villaggio arcobaleno e oltre una ventina nel villaggio di Karpani, su nell’altipiano.

María René ci ha trascinati a credere in un sogno che per lei ha significato la vita e che per molti significa una vita con un possibile,e ogni giorno di più reale orizzonte di speranza.

María René è una bimba che non sa ancora della sua malattia. Prende ogni giorno le medicine con una facilità incredibile e non si chiede il perché. E’ nell’età in cui si cambiano i denti e lei innocentemente si aspetta un soldino ogni volta che ne perde uno. Fa la terza elementare, nel corso “azzurro”: mi dicono le maestre delle nostra scuola che è il corso dei bambini più inquieti! Legge guidandosi col ditino sotto le parole. Non è una cima! Impiega un’ora per finire il pranzo per cui non le resta mai tempo per giocare prima della ripresa delle lezioni, al pomeriggio.

Io adesso la vedo poco, ma ogni volta che ci incrociamo, anche da lontano, ci salutiamo con un breve gesto della mano e un rapido sorriso. Abbiamo una bellissima storia in comune, con preziose emozioni del cuore che non c’è bisogno di esternare, ma la cui intensità scorre ogni volta come un luminoso segreto in quel arco di cielo che collega il nostro saluto.

María René non sa esattamente quando è il giorno del suo compleanno. Quando glielo chiedi, lei risponde che compie gli anni il giorno della festa del papà. E siccome lei il papà non ce l’ha, va a festeggiare il suo compleanno nella casa del nonno. E il nonno è rinato da quando María René è uscita dagli ospedali. Noi aspetteremo il fine settimana per farle festa insieme agli altri bambini che vivono attualmente qui in casa.

María René... E’ il tuo compleanno e ci permettiamo di condividere particolari semplici della tua vita semplice di bimba. Una bimba nostra!

E stasera gli auguri scorrono puri in questo arco di cielo che ci lega ormai in tanti anche grazie a te e al dono della tua vita, e che ci trascina con forza verso un luminoso orizzonte di speranza.

Buon compleanno, María René!



sabato 3 marzo 2012

al tramonto

Cittadella Arcobaleno, Casa de los Niños, sabato 3 marzo 2012

Nei giorni scorsi, con alcune persone della casa de los niños, abbiamo avuto al fortuna di assistere al tramonto del sole sull’Oceano Pacifico. Un grande circolo di luce arancione che, piano piano, si nascondeva dietro l’orizzonte quieto di questo mare che quasi mai è “pacifico”.

Mi è venuto di pensare a mia madre.

Sono passati più di due mesi da quando sono stato avvisato della sua partenza.

Ed è la prima volta, in 30 anni, che non ho ricevuto la sua chiamata, una chiamata semplice, delicata, per gli auguri, il giorno del mio compleanno, alla fine di febbraio. Nel 1982, difatti, sono uscito definitivamente di casa alla ricerca di un orizzonte per la mia storia. Ricordo poche parole, l’abbraccio frettoloso con mia madre e la forte stretta in gola. Comune, credo.

Sono stati anni di lontananza, ma anche di una grande vicinanza non sperimentata prima per l’affetto che è andato crescendo con l’età, le scelte, e la riconoscenza verso di lei, mamma silenziosa e forte. Come tutte le mamme, credo.

Vedendo il sole scendere lentamente dietro l’orizzonte verde lucente dell’oceano, ho salutato la mamma, ora nascosta ai miei occhi. Se n’è andata lentamente, inesorabilmente, come il sole. Ma come la luce del sole, anche la sua luce continua a pennellare di riflessi il cielo degli occhi, lasciando nel cuore una sensazione, una scia di bellezza assoluta. Come un circolo di perfezione, nella sua umiltà di mamma segnata da grandi sofferenze, da una storia non facile. Come tutte le mamme.

Mi sono domandato quello che da tempo mi domando: cosa ci sarà dietro quel orizzonte verde/oro di riflessi lucenti in cui si è nascosto il circolo del sole? Cosa aspettava mia madre dietro l’orizzonte della sua ultima sera?

Certo! Il sole non si è mica spento dopo il tramonto anche se in pochi minuti il cielo si è fatto oscuro e si sono sfumati i contorni delle cose. Il sole ha seguito il suo percorso di luce, di calore e di vita, aprendo lo stupore dell’alba per altri mari, per altri paesi e per altri sguardi. Affascina il tramonto: si sta seduti in silenzio sulle rocce godendo ogni istante di quel incontro maestoso tra il mare che accoglie impassibile l’ultimo sforzo della luce che si è consumata durante il giorno per dare calore alla terra e infiammare di speranza i cuori. Come fa una mamma, come fanno tutte le mamme.

Ho la foto di mia mamma da giovane qui di fianco. Il ricordino nella sua ultima messa di congedo. Scattata forse prima del mio primo compleanno. Una mamma non si definisce per l’età. Anche il sole non si definisce per l’età. La mamma, ogni mamma sta lì con la sua presenza e il suo muoversi laborioso in attesa degli incontri, degli attimi di vita quotidiana consumati dentro la sua famiglia, perché lì non manchino mai la luce e il calore.

Ho salutato la mamma al tramonto con un velo di tristezza nel cuore. Ma ho anche immaginato la sua gioia immensa, la sua meraviglia e il suo stupore per i nuovi incontri che l’aspettavano dietro l’orizzonte di un oceano in quiete, di una vita sofferta ormai risolta.

Non esiste la morte. Esiste un tramonto di cui ora siamo spettatori e che un giorno anche per ognuno di noi si trasformerà nella luce sorprendente dell’alba. Vedremo allora, come la mamma, il sorgere di un nuovo orizzonte, un orizzonte infinito di bellezze e di incontri e rincontri senza fine - per il bene condiviso - che dureranno e si rinnoveranno quanto la vita stessa.

Ho salutato la mamma davanti alla bellezza della cornice straordinaria del sole mentre si immergeva nella quiete dell’Oceano Pacifico. L’ho salutata nel silenzio del mio cuore di figlio riconoscente e commosso che si perde con lo sguardo nell’amore luminoso di sua madre.

sabato 18 febbraio 2012

Tutto è dono

... Ha piovuto tutta la notte. Siamo in febbraio, in piena estate, secondo il calendario del nostro emisfero sud, ma il tempo è pessimo, anche se non siamo ai livelli dell’attuale inverno italiano. E’ normale la pioggia in questa stagione, ma non con questa intensità e costanza: piove quasi tutti i giorni ininterrottamente. Inondazioni e frane da tutte le parti. Anche la nostra cittadella è sott’acqua, piena di pozzanghere e fango dappertutto. La preoccupazione ci toglie il sonno. Sono le 6 del mattino. E’ ancora buio, ma fuori si sente il concerto allegro degli uccelli. Fanno festa perché la pioggia ha cessato: finalmente! I nidi stanno sgocciolando come i tetti delle nostre casette. Ed è giusto che risuonino questi strillii di festa!

... sono passati 5 anni da quando siamo arrivati qui. Abbiamo completato le costruzioni. Mancano i particolari: il disegno delle strade, i giardini ben curati, alcuni laboratori...

Nel fondo del parco si sta elevando una struttura in legno. Da mesi ci siamo dietro e non riusciamo a completarla. Non esiste tanta esperienza in costruzioni in legno in Bolivia, soprattutto nelle regioni ad altitudini elevate come la nostra. Dopo tante esitazioni, abbiamo deciso che tutto sarà costruito in legno di pino perché ci sembra un materiale più bello e più degno. E’ il nostro luogo di ritrovo serale. E’ il nostro nido, dopo le piogge, le fatiche del giorno. E’ il luogo di ritrovo della comunità, attorniato da casette, già cresciute, e da alberi, in via di crescita.

Confessiamo che abbiamo fatto molta fatica a costruire questo luogo, puntando sul lavoro di tutti, a differenza delle casette in cui siamo diventati esperti e in pochi mesi ne costruivamo due. Ma forse dobbiamo o possiamo vedere in questa difficoltà tutto lo sforzo che stiamo facendo adesso per essere una comunità, una famiglia che cresce unita.

Si tratta dell’ultima costruzione, qui, nella cittadella.

Vorremmo fosse la meglio riuscita. Vorremmo...

Si chiama: “porta del cielo” perché nella fase attuale il cielo lo si vede da tutte le parti! Anche questa costruzione ci è stata regalata, come tutto il resto qui nel nostro Centro. Per quello che abbiamo scritto che: “Tutto è dono”. Ci è stata regalata da persone che non conosciamo, ma che hanno saputo del nostro sogno e vi hanno aderito, da lontano, nell’anonimato e nella fiducia. Insieme a tanta generosità!

Le nostre casette sono ormai piene. Stasera arriva l’ultima famiglia, che neppure conosciamo, ma che ci è stata segnalata=regalata da Suor Bruna in seguito alle alluvioni di questi giorni, e siamo molto contenti di accoglierla. Mamma e papà con 5 figlie. Anche per loro sarà un dono inaspettato trovarsi con una casetta vera e propria. Ma poi ci vorrà tutto il lavoro e lo sforzo dell’accoglienza, non solo fisica, con la casa, ma del cuore, con l’amicizia e la conoscenza di tutta la comunità.

Ci guardiamo in faccia ogni sera nella nuova costruzione in legno, e ci rispecchiamo nei nostri limiti, ma cogliamo anche nuove aspirazioni. Tutto qui è cresciuto rapidamente e a volte in forma disordinata. E’ la realtà della vita. Qui nella cittadella è riunito un campionario di umanità fragile e sofferta. Penso agli uccellini nel nido dopo la pioggia notturna e vedo una certa similitudine. Mi viene da costatare, non con tristezza!, che noi non siamo ancora capaci di “cantare” insieme. Abbiamo un nido caldo che ci accoglie, ma non siamo ancora pronti per il nostro concerto: ci vuole tempo e allenamento per mettere insieme le note e gli strumenti che ognuno di noi, che ogni famiglia qui rappresenta. E’ per questo che io vedo con speranza il muoversi della cittadella, ogni sera alle 7, verso quella ultima costruzione in legno che fa fatica a completarsi.

Al suono della campana -una piccola e umile campanella che ho portato da Toano, da casa mia, due anni fa, regalo di mia madre-, con passo lento, mamme, papà, giovani e bambini si muovono verso quel centro della cittadella. E’ bello e significativo questo uscire di casa, questo lasciare i giochi, la televisione!, questo rinunciare alle attività del momento per riunirsi 15 minuti insieme, per ascoltarci, per guardarci negli occhi, scambiandoci buone notizie e dandoci la buona notte. Era uno dei desideri che avevamo maturato da tempo e piano piano si sta materializzando.

Ma è anche una sfida. Non tutti, infatti, escono di casa, non tutti i bambini lasciano i giochi. Non tutti hanno la semplicità di accettare il richiamo della campanella. Non tutti credono nella forza e nella novità del riunirsi insieme. Non è facile rinunciare a piccole comodità o abitudini. Non siamo obbligati, certo, e non obblighiamo nessuno. Ma intanto è partita la sfida e noi ne siamo molto soddisfatti. Anche questa deve essere una scelta personale, che parte dal cuore, frutto di una maturazione personale e come comunità. Noi siamo convinti che si tratta di un momento necessario e importante, aldilà della personale esperienza religiosa, ma forse non siamo ancora preparati.

... rispetto a questo, mi ha colpito una frase del Vangelo di oggi. Gesù va su un monte alto, insieme a tre dei suoi amici e lì vive una esperienza profonda che lo cambia, lo trasfigura. Pietro, spaventato, lancia ingenuamente una frase: “E’ bello per noi stare qui. Facciamo tre tende!”.

Oggi mi ha colpito questa frase perché mi sono ricordato di alcuni particolari. Due anni fa, quando ero al mio paese in Italia, a Toano, conversavamo con mio cugino Mauro, che è geometra, di costruzioni rapide e leggere che potessero contenere un numero elevato di persone. Lui mi parlò di tende, sostenute da strutture metalliche leggere che saremmo potuti andare a vedere, istallate, in un paese vicino a Toano, a Corneto. In quel periodo venne anche un amico sacerdote del Molise a trovarmi a Toano e mi offrì l’appoggio suo, e di un gruppo della sua parrocchia, per la costruzione di una cappellina=centro di ritrovo comune nella cittadella. Qualche tempo dopo, quando ritornai in Bolivia, passeggiando un giorno tra le nostre casette e conversando con alcune delle persone con cui portiamo avanti la nostra esperienza, da lontano ci parve di vedere come poteva essere e dove poteva situarsi il nostro luogo di ritrovo comune: in mezzo alle casette, al fondo del parco. Una struttura semplice costituita come da una specie di tre tende/tettoie legate tra loro, o qualcosa di simile, che si armonizzasse con l’ambiente e non fosse strutturalmente troppo pesante. Passò quasi un anno da quel momento e ci mettemmo all’opera, puntando, come dicevo sopra, sul lavoro volontario di tutti noi e sulle nostre –poche!- capacità architettoniche.

Senza volere, anche noi abbiamo pensato in tre tende perché è bello e necessario ritrovarsi tutti insieme, tre costruzioni per riunirsi ogni sera, e nei momenti importanti, nel cuore della cittadella. La costruzione di queste tre tende è lenta e sofferta come è lenta e sofferta la costruzione della nostra comunità, come scrivevo sopra e sono alcuni mesi che abbiamo iniziato i lavori comunitari di questa prima struttura, in legno di pino. Ma soprattutto, sono alcune settimane che ci ritroviamo sotto quella struttura, alle 7 di sera, uscendo da noi stessi, dalle nostre case. Per pregare. Per ascoltare le parole buone che ogni giorno Gesù tiene preparate per noi. Per scambiare alcune parole o esperienze del giorno. Per desiderarci la buona notte. E per presentare le nostre necessità ricordano soprattutto chi soffre ed è meno fortunato di noi. Farlo insieme è una garanzia! Abbiamo appena iniziato. Non siamo tutti presenti, ma lo facciamo ogni sera. Mi consola pensare che anche Gesù non si è portato sul monte tutti i suoi amici, ma solo alcuni. Forse gli altri erano occupati in altre faccende o non erano ancora preparati. Siamo comunque pieni di illusione e sogniamo che un giorno, grazie a questa esperienza, si vedrà la trasfigurazione=trasformazione della nostra cittadella. E noi non vorremmo fermarci qui. Ci piace pensare in trasformazioni importanti e necessarie anche in altri posti, in altri quartieri, in altri Paesi, per altri amici che conosciamo. Ma siamo pure sicuri che solo con Gesù, in compagnia di Gesù la nostra cappella, il nostro luogo di ritrovo comune, la nostra cittadella sarà porta del Cielo per tanti.

... Ora è notte... E’ arrivata la nuova famiglia nella cittadella, sfollata a causa dell’alluvione da una zona della città vicina al fiume. E’ arrivata piena di fagotti umili ed umidi di fango sulla macchina delle suore. Le bimbe sono molto più piccole della loro età: 10, 6 e 3 anni; e poi ci sono due gemelline di 1 anno. Dal luogo di ritrovo serale è partito l’appello all’accoglienza e tutti ci siamo dati fare. Anche le famiglie della nostra cittadella sono povere, ma sono arrivati lo stesso letti nuovi, materassi, coperte, una culla, piatti e pentole, panini e latte caldo. In pochi minuti si allestisce la nuova casa pulita e ordinata grazie al movimento della solidarietà.

Davvero: tutto è dono! Tutto abbiamo ricevuto gratis e tutto –quel poco che abbiamo- possiamo condividerlo gratuitamente e generosamente. Rivedo nella mente quelle 5 bimbe... Gracili come gli uccelli che sentivo cantare stamattina. Ma ora hanno un nido e potranno stringersi insieme protette dal freddo e dalla pioggia.

lunedì 6 febbraio 2012

Un particolare prima di andare a letto

E’ tardi ed è ora di andare a letto dopo una giornata abbastanza intensa visto che proprio oggi sono riiniziate le scuole qui in Bolivia. Ma poco fa, mentre stavo riordinando la cucina, mi sono ricordato di un piccolo particolare di oggi che mi ha fatto bene e lo voglio condividere. Faccio in fretta e poi vado a letto. Confesso che ho già bevuto la mia tazza notturna di latte...

Dopo aver corso tutto il giorno, stavo preparando la cena per i bimbi che –rientrati da scuola- approfittavano del bel pomeriggio di sole per gli ultimi momenti di gioco, fuori, in giardino accompagnati da Sara (ragazza francese che vive con noi da alcune settimane) e da María René. Entra María René in cucina. Si avvicina e mi dice: “Porto un bicchiere d’acqua a Dennis e poi vengo a darti una mano”. “Ti aspetto!”, le rispondo, “ma fai con calma”.

Poco dopo, si affaccia di nuovo María René e mi chiede con la sua innocenza e semplicità: “In che cosa posso aiutarti?”. “Beh, puoi aiutarmi ad asciugare i bicchieri e i piatti rimasti sul lavandino. Così prepariamo i tavoli per la cena, tanto manca poco”. “Quanti siamo? Sì, cinque bimbi. No, a dire la verità siamo in sei perché stasera c’è anche il piccolo Mateo. E poi, vicino ad ogni piatto metto il tovagliolino di carta e il cucchiaio. Va bene?”. “Certo che va bene!”

Passano alcuni minuti e tutto è già in ordine per la cena. “E adesso, in cosa posso aiutarti?” “Vai a chiamare i bimbi, che entrino in casa perché la cena è pronta. Aiutali a lavarsi le mani e a mettersi il tovagliolo. Che si siedano e poi mi aiuti a servire i piatti”. Preparo i piatti con la cena e María René si incarica di distribuirli ad ognuno. Viene a chiamarla sua sorella. Prende le sue medicine, mi saluta, e se ne va a casa sua: “Ciao! Anche domani vengo ad aiutarti dopo la scuola!” “Ciao, María René: a domani!”

Una scena davvero semplice che era passata inosservata alla mia mente. Ma poi mi si è ripresentata come una piccola scintilla rincuorante, mentre –con un certo sforzo di convincimento, vista l’ora-, cercavo di lasciare più ordinata la cucina per il giorno dopo, lavando anche il pavimento. Il fatto è che mi è tornata in mente la frase di María René: “In che cosa posso aiutarti?”. María René ha sette anni, quasi otto. E’ una bimba buona, dal cuore nobile, ma spesso anche capricciosa come tutte le bimbe del mondo. Ma mi permetto di interpretare quella sua innocente frase di disponibilità all’aiuto come una lezione confortante per me e spero per noi tutti della casa de los niños.

María René è stata aiutata e accompagnata con tanto affetto da tutti noi in questi sei anni di malattia e sospensione che in diversi modi abbiamo condiviso con lei. Lei fin dal primo momento è stata qui a veder nascere la nostra cittadella, frutto di una condivisione eccezionale e di tanto sforzo disinteressato, e anonimo!, da parte di tutti.

María René ha assorbito tutto questo con il suo cuore puro di bimba. Ed ora, pur piccola, pur bimba di sette anni, riesce a cogliere l’essenza della vita in questo suo ricambiare l’amore che ha ricevuto con la sua totale disponibilità ad aiutare. Certo: secondo le sue forze e la sua capacità di bimba. E non vuole niente a cambio. Lo fa senza interesse, senza chiedere un premio: un dolce, un regalo, un favore.

María René, bimba di sette anni, coglie questo piccolo segreto della casa de los niños: che tutto è dono, che tutto è disponibilità, che tutto è condivisione piena, e che si può entrare in questo gioco di donarsi interamente agli altri anche se si è bimbi perché il cuore lo suggerisce, questo nostro cuore che ha una capacità unica: quella di registrare, di sigillare in sé ciò che è buono. E di suggerire il bene. E di contribuire ad aprire al bene il cuore di tanti. Con innocenza e semplicità, senza chiedere niente a cambio.

“In che cosa posso aiutarti?”

Mi viene da dire che María René ha imparato, che ha respirato aria buona. E allora, guardando e ricordando una piccola scena, possiamo continuare a coltivare nel cuore la speranza. E con innnocenza e semplicità la condividiamo.

lunedì 30 gennaio 2012

Battesimo di Evita

Questo primo messaggio del 2012 è per comunicare a tutti che oggi, 30 gennaio, nel pomeriggio, celebreremo il battesimo di Evita. Si tratta di una data significativa perché il 30 gennaio è anche il compleanno di Sandra, la sua mamma. E’ per questo che i familiari di Sandra hanno scelto la coincidenza di questa data per una decisione importante per la vita della bimba. Sono anche 5 mesi che Sandra se n’è andata..., il 30 agosto...

Ci siamo riuniti, in questo fine settimana, con tutte le persone che portano avanti la vita della cittadella, per vedere insieme il cammino da interprendere in questo nuovo anno iniziato da poco. Sono stati due giorni importanti, in cui abbiamo avuto modo di rileggere ed approfondire gli scritti di Sandra nella sua ultima settimana. E Sandra ci ha accompagnati.

Il nostro desiderio è quello di essere una comunità aperta ma con una forte coesione interna, tra tutti noi che siamo qui, ma anche con una grande amicizia con tutti voi che ci seguite con affetto dall’Italia ed ora anche da tante altre parti del mondo. Stiamo cercando una nostra identità, una fisionomia propria che possa identificarci come “Casa de los Niños”. E’ ormai conclusa la costruzione delle casette per le nostre famiglie. Ora è il momento di creare famiglia tra tutti su basi di verità, debolezza e libertà. Crediamo che si tratta di una sfida possibile e questa speranza mantiene viva la nostra mente e aperto il nostro cuore.

Ci crediamo e ci speriamo!

Abbiamo visto in questi due giorni tanta disponibilità e tanta sapienza semplice.

Tanta voglia di camminare insieme verso obiettivi buoni, mettendo in gioco quello che ognuno è, condividendo la propria storia. Eravamo quasi 40 persone, un buon gruppetto. In un momento a parte, abbiamo invitato anche le nostre famiglie, quelle della cittadella che sono una settantina, a partecipare con noi di questa sfida. Abbiamo chiesto ad ognuna di tirare fuori quello che ognuna di loro può dare, dopo aver ricevuto tanto. E c’è stata una risposta di grande adesione. Camminare al passo con quasi 400 persone sembra un’impresa, ma ci lanciamo con una fiducia forse ingenua.

E nel pomeriggio ci ritroveremo per il battesimo di Evita...
Lei arrivò qui da noi il primo marzo del 2007, con il volto bruciato dagli zii e dai nonni che non accettavano i suoi capricci di bimba. E la castigavano con crudeltà. Ma la bimba di 3 anni era stata abbandonata dai genitori per cui i capricci erano più che giustificati. Trovò subito il suo posto e il suo ruolo nella nascente casetta dei bimbi. Infatti, tutti gli altri bimbi di quel tempo la rispettavano con timore e simpatia! Ora Evita è una bimba bellissima, con poche cicatrici in volto. Ma noi non capiamo se il suo cuore presenti tracce di cicatrici per la doppia perdita della mamma...

La vediamo giocare felice con gli altri bimbi. E ci chiediamo timorosi cosa sarà della sua vita...

La stringiamo con affetto al petto ogni volta che ci incontriamo con lei. E lei ci ricambia con un gran sorriso. Il battesimo è un dono, fatto di gesti ed elementi semplici. Rappresenta un orizzonte di speranza: apertura a una vita bella. Ed Evita, come ogni bimbo che ha sofferto tanto, se la merita proprio questa speranza di vita bella. Noi siamo qui, tutti insieme, per accompagnarla con tanto affetto. E c’è anche Sandra con noi!