sabato 24 dicembre 2011
domenica 11 dicembre 2011
Don José: ovvero un personaggio speciale della nostra casa, della nostra cittadella
Stamattina è venuta un’amica a trovarci qui a casa. Mentre attraversavamo il cancello, abbiamo incrociato don José che stava uscendo per andare in città, cosa che fa abitualmente ogni mattina.
“Ma io conosco quel signore!”, ci ha confessato più tardi questa amica. “Lo vedevo spesso ai crocicchi delle strade e mi sembra che non andasse per buon cammino. Era sempre insieme ad altre persone strane, conosciute in città come gli "antropologi" perché vivevano in antri, in spazi bui e sporchi di Cochabamba. Ma com’è cambiato! Mi sembra che stia molto meglio”.
Ha proprio ragione questa nostra amica: Don José è cambiato!
Innanzitutto, a scanso di equivoci, non bisogna confondere Don José con il Padre José. Entrambe vivono qui con noi, entrambe sono anziani ed entrambe sono personaggi speciali della nostra cittadella, ma solo Padre José è sacerdote mentre Don José è semplicemente José, un signore di 65 anni che è capitato qui da noi “scaricato” dall’ospedale pubblico nel settembre dello scorso anno, insieme a Pablo. Erano ricoverati nella stessa stanza di ospedale, per lo stesso problema, ma -diciamo la verità- non si sopportavano. Così dall’ospedale, a un certo punto, hanno pensato bene di mandarli tutti e due da noi: Pablo per finire i suoi giorni, dato che era in fin di vita, e Don José per sbarazzarsene, dato che nessuno lo voleva. E noi, quella volta, non avemmo scelta: scesero praticamente insieme dall’ambulanza e dovemmo sistemarli in due stanzette vicine. Pablo, come sappiamo, si è ripreso benissimo ed ora vive in un’altra casa, mentre Don José è rimasto –da solo- qui nella sua stanzetta, e non bisticcia più, di nascosto, con Pablo.
Noi non conosciamo bene la storia di Don José. Sappiamo della sua malattia che è la stessa di Pablo e di tanti altri che vivono qui con noi. Ma questo non ci spaventa. Non sappiamo dove e come lui si è beccato quella malattia. E neanche questo ci interessa o ci preoccupa. Sappiamo che Don José ha vissuto gran parte della sua vita in strada, mantenendosi dignitosamente grazie alla sua gran dote di suonatore di charango. Esce di casa, ogni mattina, con il suo strumento a tracolla e il cappello a larghe tese, che ben caratterizzano e contribuiscono alla sua figura di artista bohemio. Dal settembre dello scorso anno, non è più tornato in ospedale. Sta bene. Prende le sue medicine ed ha un posto stabile dove rifugiarsi, non più gli antri bui e sporchi della città. Non è più un peso per noi, Don José, una persona che “siamo stati obbligati ad accogliere”. Alla sera arriva a casa, entra con un sorriso sornione in cucina, riempie la sua caraffa d’acqua e ci chiede permesso per poter vedere un po’ di televisione. Sono le famiglie della cittadella che in questo momento di incaricano della sua cena. Lui si muove in silenzio e quasi non ci accorgiamo della sua presenza o assenza.
Parlo stasera di Don José perché mi ha commosso un particolare.
Alcune settimane fa sono finite le lezioni e, come conclusione, ogni classe, accompagnata dalla maestra rispettiva, ha rappresentato un pezzo artistico, davanti a tutta la cittadella, visto che i genitori degli alunni vivono quasi tutti qui con noi.
A qualcuno, non so a chi, è venuto in mente di invitare, come ospite, anche Don José con il suo charango. Proprio un bel gesto. Quando si è presentato davanti a tutti i bimbi con il suo fedele strumento e i suoi stivaloni da “vaquero”, è scoppiato un applauso di simpatia impressionante. E quando ha cominciato a suonare, tutti ci siamo messi ad applaudire, accompagnando con il palmo della mano i suoi ritmi.
Era notte e probabilmente nessuno ha visto, in quella oscurità, gli occhi lucidi di Don José (chissà: forse Dennis sì...).
... Ed io mi sono commosso al pensare:
Come non sentirci fortunati?
Ha proprio ragione questa nostra amica: Don José è cambiato!
Innanzitutto, a scanso di equivoci, non bisogna confondere Don José con il Padre José. Entrambe vivono qui con noi, entrambe sono anziani ed entrambe sono personaggi speciali della nostra cittadella, ma solo Padre José è sacerdote mentre Don José è semplicemente José, un signore di 65 anni che è capitato qui da noi “scaricato” dall’ospedale pubblico nel settembre dello scorso anno, insieme a Pablo. Erano ricoverati nella stessa stanza di ospedale, per lo stesso problema, ma -diciamo la verità- non si sopportavano. Così dall’ospedale, a un certo punto, hanno pensato bene di mandarli tutti e due da noi: Pablo per finire i suoi giorni, dato che era in fin di vita, e Don José per sbarazzarsene, dato che nessuno lo voleva. E noi, quella volta, non avemmo scelta: scesero praticamente insieme dall’ambulanza e dovemmo sistemarli in due stanzette vicine. Pablo, come sappiamo, si è ripreso benissimo ed ora vive in un’altra casa, mentre Don José è rimasto –da solo- qui nella sua stanzetta, e non bisticcia più, di nascosto, con Pablo.
Noi non conosciamo bene la storia di Don José. Sappiamo della sua malattia che è la stessa di Pablo e di tanti altri che vivono qui con noi. Ma questo non ci spaventa. Non sappiamo dove e come lui si è beccato quella malattia. E neanche questo ci interessa o ci preoccupa. Sappiamo che Don José ha vissuto gran parte della sua vita in strada, mantenendosi dignitosamente grazie alla sua gran dote di suonatore di charango. Esce di casa, ogni mattina, con il suo strumento a tracolla e il cappello a larghe tese, che ben caratterizzano e contribuiscono alla sua figura di artista bohemio. Dal settembre dello scorso anno, non è più tornato in ospedale. Sta bene. Prende le sue medicine ed ha un posto stabile dove rifugiarsi, non più gli antri bui e sporchi della città. Non è più un peso per noi, Don José, una persona che “siamo stati obbligati ad accogliere”. Alla sera arriva a casa, entra con un sorriso sornione in cucina, riempie la sua caraffa d’acqua e ci chiede permesso per poter vedere un po’ di televisione. Sono le famiglie della cittadella che in questo momento di incaricano della sua cena. Lui si muove in silenzio e quasi non ci accorgiamo della sua presenza o assenza.
Parlo stasera di Don José perché mi ha commosso un particolare.
Alcune settimane fa sono finite le lezioni e, come conclusione, ogni classe, accompagnata dalla maestra rispettiva, ha rappresentato un pezzo artistico, davanti a tutta la cittadella, visto che i genitori degli alunni vivono quasi tutti qui con noi.
A qualcuno, non so a chi, è venuto in mente di invitare, come ospite, anche Don José con il suo charango. Proprio un bel gesto. Quando si è presentato davanti a tutti i bimbi con il suo fedele strumento e i suoi stivaloni da “vaquero”, è scoppiato un applauso di simpatia impressionante. E quando ha cominciato a suonare, tutti ci siamo messi ad applaudire, accompagnando con il palmo della mano i suoi ritmi.
Era notte e probabilmente nessuno ha visto, in quella oscurità, gli occhi lucidi di Don José (chissà: forse Dennis sì...).
... Ed io mi sono commosso al pensare:
... una persona anziana, sola, di 65 anni, con una vita difficile alle spalle, trascorsa come emarginato in strada, con una malattia dura nel corpo e nella psiche, una persona scartata dalla società, una persona senza futuro, una persona catalogata come persa, e scaricata per caso e per pena nella nostra cittadella...Mi sono emozionato davanti a Don José perché ho visto il dono che rappresenta la nostra cittadella: spazio aperto di incontro e di speranza, di illusione e di rinascita.
... don José –quella sera- davanti a tutti i nostri bambini, strappando dal suo charango le note di una musica di riscatto.
... don José –quella sera senza cappello - protetto –sopra- dal cielo stellato, stupito e recettivo pure lui nell’ascolto di una magica melodia...
... don José –quella sera- invitato e protagonista senza ostentazione di una speranza che soffia dal cuore della nostra cittadella. Cadono le barriere. Si superano le distanze e i preconcetti. Vince la simpatia.
... dalla finestra magica della nostra casetta, riusciamo a volte a cogliere archi di luminosa unità e il sentiero raddrizzato di storie difficili. Anziani e bambini che suonano, che cantano e che ballano. Malati e sani che sorridono con normalità al ritmo di una vita riordinata insieme.
... la nostra cittadella è un piccolo campionario di gente debole che sta cercando un proprio cammino di utopie e di proposte di ricomposizione.
... abbiamo intrapreso percorsi non sempre trasparenti nella vita: esporci davanti all’innocenza dei nostri bimbi -il tesoro della nostra cittadella!-, ci purifica e ci sprona.
Come non sentirci fortunati?
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
domenica 4 dicembre 2011
Sulla strada ...
La settimana scorsa, mentre distribuivamo la cena calda agli amici/amiche che vivono in strada, sono rimasto colpito da due piccoli particolari.
Una parentesi: questo messaggio consente alcune premesse. Innanzitutto, il servizio che sin dall’inizio portiamo avanti con questi amici/amiche risulta sempre un’esperienza profonda che ci arricchisce tanto. Un’esperienza che è maturata nel tempo e che porta molti frutti. Un’esperienza di amicizia e condivisione che non abbiamo inventato noi ma che ci hanno insegnato i nostri primi amici e amiche boliviani: questo è bene tenerlo presente sempre! Prima distribuivamo panini con una bevanda calda. Ora siamo un pochino più raffinati, dobbiamo ammetterlo: quasi una cena coi fiocchi!
E poi, approfittiamo di questa occasione per ringraziare tutti quelli che in silenzio –e senza conoscerci personalmente, come i medici di cui parlavamo nel messaggio precendente- ci danno concretamente una mano per rendere possibile e sempre più curato questo bel servizio. Noi ci consideriamo fortunati perché in questi anni abbiamo visto tanti ragazzi ritornare presso le loro famiglie uscendo dal tunnel della strada che per molti è ancora oscuro, molto duro e senza uscita.
Ci consideriamo fortunati perché le famiglie della cittadella adesso si preoccupano di portare avanti con semplicità questo servizio e lo fanno con molto affetto e dedicazione e con tanta simpatia verso le persone che incontriamo la sera. Conoscono i nomi di questi tutti e persino il giorno del compleanno! Non si tratta, dunque, di persone anonime da attendere in fretta per poi dimenticarsi di loro, no! Sono persone che si desidera incontrare per consolidare un’amicizia semplice che ogni settimana si rinnova.
A proposito di questo servizio, nei giorni scorsi ho sentito il commento di un’autorità locale che diceva che noi, portando la cena calda, incentiviamo la pigrizia di queste persone che dovrebbero invece andare a lavorare per guadagnarsi il pane di ogni giorno. E’ un discorso che ha una logica che molti possono condividere. Io non la condivido e neppure la critico. Io, infatti, non conosco la storia di tutte le persone che abbandonano la propria famiglia e si rifugiano in strada riducendosi a una vita difficile e con poche speranze per il futuro. Per questo non me la sento di giudicare nessuno e neppure di avere la certezza su quale sia il miglior atteggiamento per avvicinarsi a loro. Noi non andiamo la sera a fare un’opera di carità verso le persone che dormono in strada. Noi andiamo a visitare alcuni dei nostri fratelli e delle nostre sorelle meno fortunati di noi per condividere con loro un’esperienza di solidarietà e vicinanza. Noi pensiamo che si tratta di una cosa buona e per questo continuiamo a farlo. Con certezza sappiamo che a tanti di noi fa bene questo gesto.
Dicevo prima che in genere troviamo la sera sempre le stesse persone, ma a volte si aggiungono incontri nuovi perché le circonstanze ci portano a fare un percorso diverso o perché nuove persone scegliono ogni settimana la strada.
Mercoledì scorso siamo passati in fretta per un viale principale di Cochabamba. Anni fa era un posto di ritrovo comune per tutti i ragazzi di strada e distribuivamo tanti panini e latte caldo. Ora, invece, la polizia si è incaricata di “ripulirlo” dal momento che è il luogo principale di ritrovo della “gente bene” della città. Siamo passati di lì per raggiungere in fretta la piazza. Però, mentre passavamo abbiamo visto un signore solo, seduto su una panchina, con un umile fagotto in mano. Ci siamo fermati nonostante il traffico e abbiamo offerto pure a lui la cena calda. Il signore ci ha guardati stupito e ci ha ringraziati con calore.
Mi ha colpito questo suo grazie così sincero... Era proprio contento di ricevere un piatto caldo! Un piatto semplice, a dire il vero, a base di riso e carne, non come i piatti costosi ed elaborati che si vendono nei ristoranti di quel viale importante. Ma un piatto condiviso gratis, con affetto dalle nostre mamme e dai nostri papà. Quella mano in alto, in segno di saluto e ringraziamento mentre ci allontanavamo con la camionetta, di quel signore solo su una panchina, in quel viale importante dove le coppiette pavoneggiano felici i loro amori, mi ha fatto bene e mi si è impresso nel cuore. Forse rivederemo quel signore la prossima settimana o forse no, ma quel gesto mi ha convinto una volta di più che l’amore non si nutre di ragionamenti contorti ed elevati.
L’amore cresce con i semplici gesti dell’amore.
Arrivati in piazza abbiamo trovato tanta gente ad aspettarci. Qualcuno di noi ha portato il piatto a una signora anziana e cieca che chiede ogni sera l’elemosina dietro l’angolo della piazza. Devo confessare che non conosco il suo nome. Io sono passato per caso davanti a lei mentre ero di ritorno e ho avuto modo di fermarmi a contemplare per un attimo questa signora cieca.
Ho visto che ha tirato fuori dalla sua borsetta un cucchiaio di metallo (noi distribuiamo con materiali di plastica), l’ha strofinato per pulirlo con un fazzoletto, ha fatto il segno della croce e si è messa a mangiare con una calma impressionante, come se volesse gustare ogni chicco di riso. Forse vale la pena ricordare che i ragazzi di strada divorano letteralmente in un attimo un piatto che è una montagna di cibo!
Ho visto in quella anziana la solennità di ogni suo gesto, il piacere di gustare ciò che era per lei, come se fosse solo per lei. Isolata del resto del mondo, concentrata solo su quel piatto! Lei non mi vedeva, come non vedrà mai il volto di chi le ha preparato la cena e di chi gliel’ha offerta. Ma lei sentirà sempre nelle sue mani il calore di quel piatto. Lei percepirà con il palato la bontà di chi l’ha cucinato. Allora, davanti alla bontà, non c’è né spazio nè tempo per la fretta. Ogni istante deve essere vissuto con calma e con solennità.
Mi viene da pensare che la vita deve essere gustata e assaporata con la stessa intensità, calma e solennità con cui quella signora gustava il piatto preparato per lei. Quel piatto era un dono semplice; senza dubbio l’aveva capito quella donna cieca. Anche ogni istante della nostra vita è un dono semplice che riceviamo tra le mani magari senza sapere il perché o da chi ci viene offerto.
Spesso siamo frettolosi e vorremmo anticiparci al domani. Ho imparato dalla quella signora anziana e cieca che tutto è dono da assaporare: tutto, proprio tutto, anche un gesto insignificante. Sono ora io a ringraziare questa signora anziana e cieca, di cui non conosco il nome, che almeno per un attimo mi ha insegnato a vedere e a cogliere il senso profondo e solenne anche di piccoli particolari della vita.
E poi, approfittiamo di questa occasione per ringraziare tutti quelli che in silenzio –e senza conoscerci personalmente, come i medici di cui parlavamo nel messaggio precendente- ci danno concretamente una mano per rendere possibile e sempre più curato questo bel servizio. Noi ci consideriamo fortunati perché in questi anni abbiamo visto tanti ragazzi ritornare presso le loro famiglie uscendo dal tunnel della strada che per molti è ancora oscuro, molto duro e senza uscita.
Ci consideriamo fortunati perché le famiglie della cittadella adesso si preoccupano di portare avanti con semplicità questo servizio e lo fanno con molto affetto e dedicazione e con tanta simpatia verso le persone che incontriamo la sera. Conoscono i nomi di questi tutti e persino il giorno del compleanno! Non si tratta, dunque, di persone anonime da attendere in fretta per poi dimenticarsi di loro, no! Sono persone che si desidera incontrare per consolidare un’amicizia semplice che ogni settimana si rinnova.
A proposito di questo servizio, nei giorni scorsi ho sentito il commento di un’autorità locale che diceva che noi, portando la cena calda, incentiviamo la pigrizia di queste persone che dovrebbero invece andare a lavorare per guadagnarsi il pane di ogni giorno. E’ un discorso che ha una logica che molti possono condividere. Io non la condivido e neppure la critico. Io, infatti, non conosco la storia di tutte le persone che abbandonano la propria famiglia e si rifugiano in strada riducendosi a una vita difficile e con poche speranze per il futuro. Per questo non me la sento di giudicare nessuno e neppure di avere la certezza su quale sia il miglior atteggiamento per avvicinarsi a loro. Noi non andiamo la sera a fare un’opera di carità verso le persone che dormono in strada. Noi andiamo a visitare alcuni dei nostri fratelli e delle nostre sorelle meno fortunati di noi per condividere con loro un’esperienza di solidarietà e vicinanza. Noi pensiamo che si tratta di una cosa buona e per questo continuiamo a farlo. Con certezza sappiamo che a tanti di noi fa bene questo gesto.
Dicevo prima che in genere troviamo la sera sempre le stesse persone, ma a volte si aggiungono incontri nuovi perché le circonstanze ci portano a fare un percorso diverso o perché nuove persone scegliono ogni settimana la strada.
Mercoledì scorso siamo passati in fretta per un viale principale di Cochabamba. Anni fa era un posto di ritrovo comune per tutti i ragazzi di strada e distribuivamo tanti panini e latte caldo. Ora, invece, la polizia si è incaricata di “ripulirlo” dal momento che è il luogo principale di ritrovo della “gente bene” della città. Siamo passati di lì per raggiungere in fretta la piazza. Però, mentre passavamo abbiamo visto un signore solo, seduto su una panchina, con un umile fagotto in mano. Ci siamo fermati nonostante il traffico e abbiamo offerto pure a lui la cena calda. Il signore ci ha guardati stupito e ci ha ringraziati con calore.
Mi ha colpito questo suo grazie così sincero... Era proprio contento di ricevere un piatto caldo! Un piatto semplice, a dire il vero, a base di riso e carne, non come i piatti costosi ed elaborati che si vendono nei ristoranti di quel viale importante. Ma un piatto condiviso gratis, con affetto dalle nostre mamme e dai nostri papà. Quella mano in alto, in segno di saluto e ringraziamento mentre ci allontanavamo con la camionetta, di quel signore solo su una panchina, in quel viale importante dove le coppiette pavoneggiano felici i loro amori, mi ha fatto bene e mi si è impresso nel cuore. Forse rivederemo quel signore la prossima settimana o forse no, ma quel gesto mi ha convinto una volta di più che l’amore non si nutre di ragionamenti contorti ed elevati.
L’amore cresce con i semplici gesti dell’amore.
Arrivati in piazza abbiamo trovato tanta gente ad aspettarci. Qualcuno di noi ha portato il piatto a una signora anziana e cieca che chiede ogni sera l’elemosina dietro l’angolo della piazza. Devo confessare che non conosco il suo nome. Io sono passato per caso davanti a lei mentre ero di ritorno e ho avuto modo di fermarmi a contemplare per un attimo questa signora cieca.
Ho visto che ha tirato fuori dalla sua borsetta un cucchiaio di metallo (noi distribuiamo con materiali di plastica), l’ha strofinato per pulirlo con un fazzoletto, ha fatto il segno della croce e si è messa a mangiare con una calma impressionante, come se volesse gustare ogni chicco di riso. Forse vale la pena ricordare che i ragazzi di strada divorano letteralmente in un attimo un piatto che è una montagna di cibo!
Ho visto in quella anziana la solennità di ogni suo gesto, il piacere di gustare ciò che era per lei, come se fosse solo per lei. Isolata del resto del mondo, concentrata solo su quel piatto! Lei non mi vedeva, come non vedrà mai il volto di chi le ha preparato la cena e di chi gliel’ha offerta. Ma lei sentirà sempre nelle sue mani il calore di quel piatto. Lei percepirà con il palato la bontà di chi l’ha cucinato. Allora, davanti alla bontà, non c’è né spazio nè tempo per la fretta. Ogni istante deve essere vissuto con calma e con solennità.
Mi viene da pensare che la vita deve essere gustata e assaporata con la stessa intensità, calma e solennità con cui quella signora gustava il piatto preparato per lei. Quel piatto era un dono semplice; senza dubbio l’aveva capito quella donna cieca. Anche ogni istante della nostra vita è un dono semplice che riceviamo tra le mani magari senza sapere il perché o da chi ci viene offerto.
Spesso siamo frettolosi e vorremmo anticiparci al domani. Ho imparato dalla quella signora anziana e cieca che tutto è dono da assaporare: tutto, proprio tutto, anche un gesto insignificante. Sono ora io a ringraziare questa signora anziana e cieca, di cui non conosco il nome, che almeno per un attimo mi ha insegnato a vedere e a cogliere il senso profondo e solenne anche di piccoli particolari della vita.
Etichette:
amore,
cena,
latte,
pane latte,
strada
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
sabato 26 novembre 2011
Forse non si capisce...
Forse non si capisce o forse c’è semplicemente bisogno di dare una spiegazione.
Il fatto è che giovedì scorso abbiamo ricevuto gli esiti degli esami di María René e di Wara, due delle nostre bimbe che, come tanti sanno, sono sin dalla nascita portatrici del virus dell’HIV. Sono le prime bimbe di Cochabamba in cui i medici hanno scoperto la presenza di questo virus. E come tanti sanno, María René e Wara vivono da anni con le loro mamme nella nostra cittadella.
Per indicare la presenza del virus nel sangue si usano dei valori, dei numeri, dei parametri tecnici, per quello dico sopra che forse non si capisce. Bene. Giovedì scorso i valori degli ultimi esami di María René e di Wara sono stati i seguenti: 389 e 1256. Cosa vogliono dire questi numeri? Io mi sono emozionato quando ho letto questi risultati. Pochi mesi fa, infatti, i valori che indicavano la presenza del virus nel sangue delle due bimbe erano rappresentati da numeri superiori a 300.000!
Dunque: cosa vogliono dire questi numeri? Vogliono dire che la nuova cura sta funzionando e che le bimbe stanno molto meglio! Vogliono dire, in poche parole, che finalmente il virus è sotto controllo e che si riproduce molto poco! Vogliono dire che tra poco il virus non si vedrà quasi più nel sangue delle nostre due bimbe. Cosa vogliono dire questi numeri? Vogliono dire che le nostre due bimbe sono fortunate perché hanno un sacco di amici e di amiche nel mondo che fanno il tifo per loro! E che lo sforzo che tanti insieme a noi hanno fatto in questi anni, ma soprattutto in questo ultimo anno, hanno dato un risultato importantissimo!
Finalmente si è intrepresa la strada giusta per controllare in modo scientifico e serio la malattia di queste due bimbe a cui noi vogliamo un bene immenso. Ma c’è voluto l’impegno di tanti, probabilmente di tutti quelli che leggono queste righe, ciascuno secondo la propria competenza o abilità. Noi che da anni seguiamo queste bimbe (insieme a tutti gli altri bambini che vivono con noi), e ci siamo fatti un’esperienza empirica della malattia che prima non conoscevamo, visto che non siamo medici, ci eravamo resi conto che la cura precedente non stava dando dei risultati buoni perché le bimbe mostravano ogni sei mesi dei valori sempre in rialzo: 12mila, 50mila, 100mila, 150mila, 200mila, fino ai 300mila dell’ultimo anno, cosa non conforme alle prospettive di un programma terapeutico azzeccato.
Ma il problema risiedeva nel fatto che in Bolivia, Paese povero ed emarginato, non ci sono ancora gli strumenti adatti per un corretto analisi del virus e della conseguente resistenza del corpo alle possibili medicine che sono attualmente sul mercato. A parte il fatto che in Bolivia arrivano solo certe medicine, molte delle quali sono attualmente scartate dai protocolli di altri Paesi più sviluppati. I medici boliviani sono bravi, come tutti i medici, ma devono agire secondo criteri non sostenuti da evidenze scientifiche. E’ per questo che durante l’ultimo anno, da quando io ero in Italia, nel novembre scorso, abbiamo iniziato a prendere contatto con medici italiani e con persone più esperte di una città e di un’altra perché non volevamo rassegnarci a soluzioni precarie per la salute delle nostre bimbe che anche esternamente mostravano segni di grande debolezza fisica.
Sono contento che questi medici ricevano in copia, per la prima volta, un nostro messaggio circolare, anche se per adesso non ci conosciamo personalmente, ma di loro abbiamo una grande stima e da loro ci sentiamo sempre molto sostenuti. Credo che anche loro, oggi, saranno contenti di ricevere questo messaggio. E ci sono stati dati dei buoni consigli; ci sono state indicate delle buone strade! E, visto che non avevamo i mezzi tecnici sufficienti in Bolivia, grazie alla sana testardaggine di qualcun altro/altra che non si è tirato indietro nell’appoggiarci economicamente, ci siamo potuti recare con le nostre due bimbe in Brasile dove gli incaricati di ospedali pubblici, orientati da nostri amici locali, ci hanno accolto con tanta simpatia e hanno permesso la realizzazione di quegli esami di laboratorio che in Bolivia non sono ancora possibili. E, di nuovo, il confronto con medici italiani ci ha permesso l’identificazione di una nuova ed efficace terapia.
E lì sono intervenuti nuovi amici e nuove amiche che non conosciamo personalmente ma che, spronati dalle persone che credono come noi nel bene a tutti i costi, ci hanno fatto arrivare dall’Italia, in poco tempo le medicine giuste che in Bolivia non si trovano, superando ovviamente non pochi scogli burocratici. Sei mesi fa, è iniziata per María René e per Wara la nuova terapia e finalmente, giovedì scorso, abbiamo aspettato con ansia il risultato degli esami e abbiamo gioito profondamente per l’evidente miglioramento delle loro condizioni sanitarie.
Forse non si capisce. O forse è semplice da capire: da 300mila copie del virus siamo passati a 389 copie, una presenza quasi insignificante! Forse non si capisce che questo risultato buonissimo per la salute di María René e Wara non sarebbe stato possibile senza l’intervento, il buon senso, l’appoggio, la vicinanza, l’impegno, lo sforzo e la testardaggine di tutti noi! Di questa famiglia buona che costituisce, in modi diversi, la famiglia della casa de los niños, distribuita in tante parti, ma unita nel sogno di un futuro buono per tutti i nostri bimbi, specie quelli più ammalati.
Forse non si capisce che María René e Wara sono ancora ignare della loro malattia e che non sono coscienti del perché di tutta questa grande corrente di bontà e simpatia che scorre dietro le loro storie. Loro non lo sanno, ma noi vogliamo far arrivare subito un grazie immenso proprio a ciascuno perché ciascuno di noi ha a cuore in modo speciale la vita di María René e di Wara.
Forse non si capisce che noi non ci possiamo mai rassegnare. Abbiamo visto quest’anno, purtroppo, la morte di 4 dei nostri adulti proprio a causa del virus del HIV non controllato a dovere. Non ci sarebbero state questi morti se in Bolivia ci fossere le condizioni sanitarie per un corretto analisi della malattia e noi avessimo accesso alla capacità tecnica, che vuol dire gli strumenti adatti per intervenire immediatamente in casi così difficili o estremi.
Purtroppo dobbiamo ancora ricorrere all’aiuto del Brasile, aiuto che ci è stato proprio oggi riconfermato. Ma il Brasile, che rimane la strada più accessibile per noi in questo momento, non è dietro l’angolo. Allora vorremmo dire a tutti che non dobbiamo rassegnarci: che forse noi possiamo muoverci insieme e spingere affinché questo strumento che si chiama, credo, con un nome difficile: “sequenziatore per la genotipizzazione” possa arrivare presto anche in Bolivia.
La nostra cittadella arcobaleno è il posto che accoglie il maggior numero di persone in Bolivia portatrici del virus dell’HIV. E’ un punto di riferimento per tanti e noi ne siamo orgogliosi! Il nostro desiderio è come quello per María René e Wara: che le cure facciano il loro effetto su tutti! E che possiamo gioire emozionati come giovedì scorso al vedere i buoni risultati raggiunti. ...
Forse si è capito che oggi siamo molto contenti! E che questa gioia vogliamo condividerla subito con tutti! Forse si è capito che non vogliamo rassegnarci e che vogliamo continuare ad andare avanti insieme, con testardaggine e intelligenza, verso orizzonti migliori per tutti i nostri amici ammalati. E noi ne abbiamo tanti attorno...
Per indicare la presenza del virus nel sangue si usano dei valori, dei numeri, dei parametri tecnici, per quello dico sopra che forse non si capisce. Bene. Giovedì scorso i valori degli ultimi esami di María René e di Wara sono stati i seguenti: 389 e 1256. Cosa vogliono dire questi numeri? Io mi sono emozionato quando ho letto questi risultati. Pochi mesi fa, infatti, i valori che indicavano la presenza del virus nel sangue delle due bimbe erano rappresentati da numeri superiori a 300.000!
Dunque: cosa vogliono dire questi numeri? Vogliono dire che la nuova cura sta funzionando e che le bimbe stanno molto meglio! Vogliono dire, in poche parole, che finalmente il virus è sotto controllo e che si riproduce molto poco! Vogliono dire che tra poco il virus non si vedrà quasi più nel sangue delle nostre due bimbe. Cosa vogliono dire questi numeri? Vogliono dire che le nostre due bimbe sono fortunate perché hanno un sacco di amici e di amiche nel mondo che fanno il tifo per loro! E che lo sforzo che tanti insieme a noi hanno fatto in questi anni, ma soprattutto in questo ultimo anno, hanno dato un risultato importantissimo!
Finalmente si è intrepresa la strada giusta per controllare in modo scientifico e serio la malattia di queste due bimbe a cui noi vogliamo un bene immenso. Ma c’è voluto l’impegno di tanti, probabilmente di tutti quelli che leggono queste righe, ciascuno secondo la propria competenza o abilità. Noi che da anni seguiamo queste bimbe (insieme a tutti gli altri bambini che vivono con noi), e ci siamo fatti un’esperienza empirica della malattia che prima non conoscevamo, visto che non siamo medici, ci eravamo resi conto che la cura precedente non stava dando dei risultati buoni perché le bimbe mostravano ogni sei mesi dei valori sempre in rialzo: 12mila, 50mila, 100mila, 150mila, 200mila, fino ai 300mila dell’ultimo anno, cosa non conforme alle prospettive di un programma terapeutico azzeccato.
Ma il problema risiedeva nel fatto che in Bolivia, Paese povero ed emarginato, non ci sono ancora gli strumenti adatti per un corretto analisi del virus e della conseguente resistenza del corpo alle possibili medicine che sono attualmente sul mercato. A parte il fatto che in Bolivia arrivano solo certe medicine, molte delle quali sono attualmente scartate dai protocolli di altri Paesi più sviluppati. I medici boliviani sono bravi, come tutti i medici, ma devono agire secondo criteri non sostenuti da evidenze scientifiche. E’ per questo che durante l’ultimo anno, da quando io ero in Italia, nel novembre scorso, abbiamo iniziato a prendere contatto con medici italiani e con persone più esperte di una città e di un’altra perché non volevamo rassegnarci a soluzioni precarie per la salute delle nostre bimbe che anche esternamente mostravano segni di grande debolezza fisica.
Sono contento che questi medici ricevano in copia, per la prima volta, un nostro messaggio circolare, anche se per adesso non ci conosciamo personalmente, ma di loro abbiamo una grande stima e da loro ci sentiamo sempre molto sostenuti. Credo che anche loro, oggi, saranno contenti di ricevere questo messaggio. E ci sono stati dati dei buoni consigli; ci sono state indicate delle buone strade! E, visto che non avevamo i mezzi tecnici sufficienti in Bolivia, grazie alla sana testardaggine di qualcun altro/altra che non si è tirato indietro nell’appoggiarci economicamente, ci siamo potuti recare con le nostre due bimbe in Brasile dove gli incaricati di ospedali pubblici, orientati da nostri amici locali, ci hanno accolto con tanta simpatia e hanno permesso la realizzazione di quegli esami di laboratorio che in Bolivia non sono ancora possibili. E, di nuovo, il confronto con medici italiani ci ha permesso l’identificazione di una nuova ed efficace terapia.
E lì sono intervenuti nuovi amici e nuove amiche che non conosciamo personalmente ma che, spronati dalle persone che credono come noi nel bene a tutti i costi, ci hanno fatto arrivare dall’Italia, in poco tempo le medicine giuste che in Bolivia non si trovano, superando ovviamente non pochi scogli burocratici. Sei mesi fa, è iniziata per María René e per Wara la nuova terapia e finalmente, giovedì scorso, abbiamo aspettato con ansia il risultato degli esami e abbiamo gioito profondamente per l’evidente miglioramento delle loro condizioni sanitarie.
Forse non si capisce. O forse è semplice da capire: da 300mila copie del virus siamo passati a 389 copie, una presenza quasi insignificante! Forse non si capisce che questo risultato buonissimo per la salute di María René e Wara non sarebbe stato possibile senza l’intervento, il buon senso, l’appoggio, la vicinanza, l’impegno, lo sforzo e la testardaggine di tutti noi! Di questa famiglia buona che costituisce, in modi diversi, la famiglia della casa de los niños, distribuita in tante parti, ma unita nel sogno di un futuro buono per tutti i nostri bimbi, specie quelli più ammalati.
Forse non si capisce che María René e Wara sono ancora ignare della loro malattia e che non sono coscienti del perché di tutta questa grande corrente di bontà e simpatia che scorre dietro le loro storie. Loro non lo sanno, ma noi vogliamo far arrivare subito un grazie immenso proprio a ciascuno perché ciascuno di noi ha a cuore in modo speciale la vita di María René e di Wara.
Forse non si capisce che noi non ci possiamo mai rassegnare. Abbiamo visto quest’anno, purtroppo, la morte di 4 dei nostri adulti proprio a causa del virus del HIV non controllato a dovere. Non ci sarebbero state questi morti se in Bolivia ci fossere le condizioni sanitarie per un corretto analisi della malattia e noi avessimo accesso alla capacità tecnica, che vuol dire gli strumenti adatti per intervenire immediatamente in casi così difficili o estremi.
Purtroppo dobbiamo ancora ricorrere all’aiuto del Brasile, aiuto che ci è stato proprio oggi riconfermato. Ma il Brasile, che rimane la strada più accessibile per noi in questo momento, non è dietro l’angolo. Allora vorremmo dire a tutti che non dobbiamo rassegnarci: che forse noi possiamo muoverci insieme e spingere affinché questo strumento che si chiama, credo, con un nome difficile: “sequenziatore per la genotipizzazione” possa arrivare presto anche in Bolivia.
La nostra cittadella arcobaleno è il posto che accoglie il maggior numero di persone in Bolivia portatrici del virus dell’HIV. E’ un punto di riferimento per tanti e noi ne siamo orgogliosi! Il nostro desiderio è come quello per María René e Wara: che le cure facciano il loro effetto su tutti! E che possiamo gioire emozionati come giovedì scorso al vedere i buoni risultati raggiunti. ...
Forse si è capito che oggi siamo molto contenti! E che questa gioia vogliamo condividerla subito con tutti! Forse si è capito che non vogliamo rassegnarci e che vogliamo continuare ad andare avanti insieme, con testardaggine e intelligenza, verso orizzonti migliori per tutti i nostri amici ammalati. E noi ne abbiamo tanti attorno...
Etichette:
aids,
gioia,
hiv,
maria renè,
virus
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
domenica 13 novembre 2011
17 novembre al Forum Monzani
Come ogni anno , la compagnia
"qui'd cadros" , si esibirà con una commedia dialettale al Forum Monzani di
Modena a favore della nostra Associazione.
l'ingresso è a offerta libera
lunedì 7 novembre 2011
Piccoli passi...
Nicol è una bimba di poco più di due anni che pochi conoscono... E’ arrivata qui all’inizio di luglio perché la mamma, molto giovane e con altre due figlie piccole, non ce la faceva a curarla.
Nicol porta con sé la caratteristica fisionomia Down che, diciamolo con franchezza, a volte ci intimorisce. Ma Nicol è una bimba dal carattere dolce, che ti intenerisce subito il cuore. Non sta mai ferma. Ride e ti punta il suo dito indice per cercare un collegamento, un punto di incontro che la sua voce non riesce ancora ad esprimere. “Conéctate, Nicol!”, e la piccola allunga felice il suo ditino verso che le sta di fronte.
Oltre a non parlare, Nicol non cammina e ha un delicato problema al cuore. Il suo stato di denutrizione era molto severo al suo arrivo. Ora sta meglio, ma è sempre un fagottino di poco peso. E’ comunque un gioiello di bimba per la sua simpatia, con il viso cinguettante da passerotto. E’ impossibile non volerle bene, a parte che non piange quasi mai al punto che la sua presenza in casa passa quasi impercettibile.
Una delle sue caratteristiche è che mangia solo pappette liquide e si irrita di fronte a qualsiasi proposta di cibo solido. Ma... Ma... il fatto è che è arrivata Luciana e una mamma sà fino a che punto e quando è il momento di lanciare una sfida: “I denti, Nicol, li ha ben sviluppati. L’età ce l’ha. E allora Nicol –per il suo bene- deve iniziare a masticare anche cibi solidi!”
E così parte la sfida! E’ la simpatica sfida di ogni giorno, al pranzo e alla cena. “Mastica!”, è il verbo che ormai anche tutti gli altri bimbi hanno imparato e ripetono insieme a Luciana. “Mastica, Nicol, che ce la puoi fare!” E Nicol sputa puntualmente tutto ciò che di solido entra nella sua bocca. Ma non bisogna demordere. E allora la sfida continua, una sfida che si trasforma in tifo accanito di appoggio per ogni passo che Nicol fa. “Dai, Nicol, mastica!”.
Difatti, era da aspettarselo: in questi ultimi giorni, Nicol ha iniziato a mangiare pezzetti di scaloppine, tortellini, frittatine e pane. All’inizio, il suo rifiuto è costante e lei allontana sempre, schifata, la bocca dal cucchiaio, ma poi non resiste alla caparbietà di una mamma che ne sa più di tutti noi messi insieme! E così Nicol fa i primi passi per uscire dal suo stato di denutrizione. Sono passi importantissimi per la sua salute! E noi ne godiamo per lei!
Piccoli passi di caparbietà saggia e materna che sembrano non fare storia in questo scenario di mondo tutto rivolto ad altri tipi di successi, di sfide planetarie di ben altra portata, di risultati macroeconomici per la popolazione mondiale. Ma noi, qui, nella casa de los niños, vediamo solo questi piccoli passi: sono le nostre umili mete raggiunte che ci danno gioia e ci stimolano a vedere orizzonti reali, quotidiani, e ad andare avanti a piccoli passi sul sentiero della speranza semplice e nascosta che questa nostra casa ci dà l’opportunità di osservare e riscoprire per il futuro bello dei nostri bimbi.
Nicol porta con sé la caratteristica fisionomia Down che, diciamolo con franchezza, a volte ci intimorisce. Ma Nicol è una bimba dal carattere dolce, che ti intenerisce subito il cuore. Non sta mai ferma. Ride e ti punta il suo dito indice per cercare un collegamento, un punto di incontro che la sua voce non riesce ancora ad esprimere. “Conéctate, Nicol!”, e la piccola allunga felice il suo ditino verso che le sta di fronte.
Oltre a non parlare, Nicol non cammina e ha un delicato problema al cuore. Il suo stato di denutrizione era molto severo al suo arrivo. Ora sta meglio, ma è sempre un fagottino di poco peso. E’ comunque un gioiello di bimba per la sua simpatia, con il viso cinguettante da passerotto. E’ impossibile non volerle bene, a parte che non piange quasi mai al punto che la sua presenza in casa passa quasi impercettibile.
Una delle sue caratteristiche è che mangia solo pappette liquide e si irrita di fronte a qualsiasi proposta di cibo solido. Ma... Ma... il fatto è che è arrivata Luciana e una mamma sà fino a che punto e quando è il momento di lanciare una sfida: “I denti, Nicol, li ha ben sviluppati. L’età ce l’ha. E allora Nicol –per il suo bene- deve iniziare a masticare anche cibi solidi!”
E così parte la sfida! E’ la simpatica sfida di ogni giorno, al pranzo e alla cena. “Mastica!”, è il verbo che ormai anche tutti gli altri bimbi hanno imparato e ripetono insieme a Luciana. “Mastica, Nicol, che ce la puoi fare!” E Nicol sputa puntualmente tutto ciò che di solido entra nella sua bocca. Ma non bisogna demordere. E allora la sfida continua, una sfida che si trasforma in tifo accanito di appoggio per ogni passo che Nicol fa. “Dai, Nicol, mastica!”.
Difatti, era da aspettarselo: in questi ultimi giorni, Nicol ha iniziato a mangiare pezzetti di scaloppine, tortellini, frittatine e pane. All’inizio, il suo rifiuto è costante e lei allontana sempre, schifata, la bocca dal cucchiaio, ma poi non resiste alla caparbietà di una mamma che ne sa più di tutti noi messi insieme! E così Nicol fa i primi passi per uscire dal suo stato di denutrizione. Sono passi importantissimi per la sua salute! E noi ne godiamo per lei!
Piccoli passi di caparbietà saggia e materna che sembrano non fare storia in questo scenario di mondo tutto rivolto ad altri tipi di successi, di sfide planetarie di ben altra portata, di risultati macroeconomici per la popolazione mondiale. Ma noi, qui, nella casa de los niños, vediamo solo questi piccoli passi: sono le nostre umili mete raggiunte che ci danno gioia e ci stimolano a vedere orizzonti reali, quotidiani, e ad andare avanti a piccoli passi sul sentiero della speranza semplice e nascosta che questa nostra casa ci dà l’opportunità di osservare e riscoprire per il futuro bello dei nostri bimbi.
Ubicazione:
Cochabamba, Bolivia
martedì 27 settembre 2011
Iscriviti a:
Post (Atom)


